Vita d’Artista: l’enigma della bellezza, di Jacqueline Ceresoli

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colori

Intrecci, dialoghi, confronti, tracce e sorprese tra vita, luogo, arte, oggetti, storia e memoria: sono i contenuti di Vita d’Artista, la mostra site-specific di Flavio Favelli (1967) ispirata al libro omonimo di Carlo Cassola, nella casa che fu del pittore Renzo Bongiovanni Radice e poi di Adolfo Pini, a Milano.

Favelli, com’è solito fare, mescola memorie di storie personali e collettive in questa casa borghese di indubbio fascino nel cuore della vecchia Milano, in via Garibaldi 2, in cui ogni elemento architettonico e d’arredo trasuda di suggestioni, dettagli che all’artista fiorentino suggeriscono nuove narrazioni di una vita privata che si fa pubblica. Lo testimoniano le sue opere incastonate come pietre preziose in nove stanze, realizzate per questa mostra nel 2020 anche se, paradossalmente, sembrano sempre state lì.

Il viaggio di Favelli dentro e intorno alla Fondazione Adolfo Pini si inscena con diverse opere (collage, sculture, ambienti) stranianti, disseminate qua e là, cariche di nuovi significati e di un qualcosa che è stato e che sarà: tutto dipende da come le guardiamo.

Un’immaginaria vita d’artista si traccia attraverso il confronto tra i dipinti della collezione Adolfo Pini di Renzo Bongiovanni Radice – che per Favelli non sono un contorno estetizzante, gli elementi d’arredo delle sale – e le nuove opere protagoniste di una pièce teatrale pirandelliana, condivisa con lo spettatore, sull’enigma della bellezza come presupposto di riflessione sulle modalità di abitare il mondo, gli stili e il gusto di un’epoca passata e presente, con inattese scene di interni di vita borghese qui reinterpretate.

Sala dopo sala, per Favelli tutto scorre sul filo della memoria, sull’orizzonte aperto della nostalgia, attraverso sculture differenti realizzate con oggetti d’arredo in disuso, tavoli, bottiglie, piastrelle, insegne pubblicitarie, quotidiani e altro ancora, materiali di scarto recuperati nei mercatini dell’usato, accumulati nel corso del tempo e trasformati in elementi scultorei. Perché l’arte si fa con tutto.

Sono opere che rimandano alla vita d’artista, a rassicuranti ambienti familiari in cui Favelli è cresciuto, e nel contempo alla complessa società del consumo industriale scandita dalla pubblicità, dai loghi commerciali e dalla cronaca che nel tempo diventa storia.

L’incontro tra il luogo e le opere stranianti di Favelli comincia sullo scalone d’ingresso con Storia Militare (2020), una struttura composta da un palo d’acciaio e due sbarre, montata diversi anni fa per la messa in sicurezza dell’architettura, affiancata da sette tubi innocenti, disposti lungo il perimetro a L, ridipinti con trame geometriche in bianco e nero ispirate ai motivi della pavimentazione, conferendo nuova dignità estetica all’invadente sostegno preesistente, su modello di quelle usate nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Nella prima sala, al soffitto, c’è Tempo veneziano, lampadario in vetro di murano, spento, roteante e ipnotico evocativo di rebus contemplativi. Nella quarta sala, l’installazione ambientale La mia casa è la mia mente catalizza lo sguardo su una scacchiera scomposta di piastrelle di cemento recuperate e posate sul pavimento, dalla texture simile ma non uguale a quelle originali: tra citazioni e coincidenze, Favelli impregna di pathos questa casa misteriosa.

Tra le altre opere, in particolare fate attenzione nella quinta sala a Sabato a Pranzo, un innesto di tavoli d’epoca, un frigorifero e specchi invecchiati, graffiati, seppiati che incorniciano i dettagli del soffitto. Ebbene, fissate nello sguardo i colori, le tonalità dorate di questa scultura dalla superficie specchiante, sorprendente per eccellenza formale, e passate oltre. Nella nona sala trovate un piccolo acquerello su carta, Marina con Barca (1916-1930) di Renzo Bongiovanni Radice, con l’iscrizione sul fronte in basso a destra “Al carissimo Gino”: una veduta dalle intense tonalità bronzee luminescenti e dai riflessi vibranti che sembrano idealmente confrontarsi con il tavolo specchiante di Flavio Favelli. Coincidenze? Affinità cromatiche? Oppure propensione atmosferica complessiva dell’artista a riscrivere in questa casa una drammaturgia soggettiva e universale insieme? Vedere per credere, a noi spettatori resta il gusto e il gioco di sovrapporre passato e presente, intrecciando immaginari di una dimensione dell’abitare il sogno dell’artista sempre fuori dal tempo.

fonte: telescope

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