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Banca locale e territorio di Alberto Rizzo

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rizzo

(Avvocato cassazionista, Consigliere della BCC di Cherasco)

Tratto da “ Lessico Finanziario “ di Beppe Ghisolfi – ARAGNO Editore

Il diffondersi su scala internazionale delle teorie economiche neoliberiste è derivato, com’è noto, da una lettura estremizzata, e da una conseguente applicazione, del sistema dottrinario strutturato da Friedrich August von Hayek. È storia che originari artefici di questo avvenimento siano stati, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, il governo britannico guidato dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher e quello statunitense del presidente Reagan. Dopo un primo generalizzato dissenso popolare e una iniziale negativa risposta dello scenario economico nazionale, le scelte di politica economica adottate da Gran Bretagna e Stati Uniti, rispettivamente identificate con l’epiteto di thatcherismo e reaganomics, sono risultate vincitrici contro i mali della regressione, dell’inflazione e della disoccupazione. Da tale situazione è stata tratta, si potrebbe dire per induzione, una sorta di legge generale (il cui più famoso propugnatore è stato l’economista americano Milton Friedman) asserente che la risoluzione dei problemi economici era ravvisabile nella riduzione al minimo dell’interventismo statale e nell’esistere di un libero mercato quale metodo di autocontrollo dell’economia. Pietra angolare di questa concezione è stata individuata nella deregulation, ossia quel processo che ha indotto i governi centrali a far cessare i controlli sul mercato e ad eliminare le restrizioni sull’operatività imprenditoriale.

Col divulgarsi di tali idee ogni tentativo di arrestare l’espansione del capitalismo è stato visto alla stregua di un grossolano errore teorico e pratico al contempo, e specifiche tematiche quali l’equità sociale e la generazione di sussidi per gli indigenti, la proporzionale distribuzione della ricchezza e l’utilizzo del denaro pubblico con valenza di ammortizzatore sociale, sono state concepite come non-problemi o, al più, come questioni microeconomiche con impatti ridotti in ambito macroeconomico, quest’ultimo giudicato il più attendibile rivelatore dello status di salute economica di una nazione. Forse mai prima dell’avvento del neoliberismo, né in modo cosi palese, si era apertamente espresso che l’ostacolo principale all’espansione del benessere economico doveva essere riconosciuto nell’impianto normativo vigente, non però nel suo non essere perfetto o necessitante di miglioramenti, quanto nel suo stesso sussistere, nel suo presentarsi come estrinsecazione di vincoli, strettoie, limitazioni derivanti in buona sostanza da intendimenti economici superati, da visioni sociali stereotipate, da ideazioni tradizionali sfocianti nell’utopia, da ideologie etiche inattuabili. E giustificazione primaria di tale convinzione la si è scorta nel fatto che un sistema economico a pianificazione statale (d’impianto socialista o keynesiano che fosse), ossia che non lasciava piena libertà di azione agli operatori agenti sul mercato, veniva a determinare un’eccessiva concentrazione del potere governativo, con seri rischi per la stabilità politica della democrazia e con l’ancor più grave conseguenza data dal possibile insediarsi di regimi totalitari (come hanno ad esempio insegnato le drammatiche esperienza del bolscevismo in Russia e del nazionalsocialismo in Germania).

Per più di un ventennio tutto si è “incastrato” alla perfezione, le teorizzazioni neoliberiste funzionavano, l’espansione della ricchezza era costante, la mano invisibile del mercato di smithiana memoria aveva aperto i confini delle nazioni e progressivamente edificato l’immagine di uno Stato globale, di un impero (come l’ha definito Toni Negri), la cui solidità indiscussa si reggeva tanto su di un’economia priva di nemici, perché in fin dei conti priva di autentiche limitazioni di specie, che su di un apparato politico pressoché interamente occupato a far da dedita fedele ancella proprio all’assetto economico corrente. Ma quando la via dischiusa dal neoliberismo appariva ormai consolidata come incontrovertibile, la sua efficacia ha iniziato a vacillare (era l’estate del 2007) e del tutto inaspettatamente (anche per molti sedicenti esperti e presunti addetti ai lavori) si è addivenuto all’incirca in tempo zero al collasso su scala mondiale dell’intero sistema economico dominate. Lo shock è stato totale, si potevano solo più raccogliere i cocci, cercare i colpevoli e comprendere i motivi dell’accaduto. Nella miriade di parole spese sull’argomento “crisi economico-finanziaria” si è giunti alla delineazione di alcuni elementi comuni cui è stata attribuita la causa del tracollo. In primis ci si è accorti che ciò che era qualificato come semplice neoliberismo si era di fatto concretato in un ultraliberismo trasformante l’economia da reale, basata sulla produzione fisica di merci, a finanziaria, fondata sull’emissione di aggregati monetari, di titoli cartacei aventi un valore indotto ma del tutto privi di alcun valore intrinseco.

Si è così determinato il passaggio da una società in prevalenza di produttori ad una in preponderanza di consumatori, per la quale fine del processo economico non era più il bene tangibile, materiale, derivato da un lavoro fisico o intellettuale, ma il denaro, neutro e anonimo risultato di complessi tecnicismi basati sulla moltiplicazione del debito pubblico e privato. Se si volesse sintetizzare in una breve paradigmatica espressione il complesso delle ragioni che hanno portato al fallimento dell’economia costituita, si potrebbe affermare che la colpa dei tragici eventi verificatisi è riconducibile all’aver agito in assenza di ethos, di metron e di nomos, ovvero di una normatività etica e di una cultura del limite, che come già sapeva Aristotele, permettono di erigere un’economia propriamente detta (oikonomia, cioè la regola, nomos, per gestire correttamente secondo il comportamento del giusto mezzo, messotes, la casa, oikos, in vista del vivere bene, eu zen) distinguendola da una crematistica (chrematistikè, cioè l’abilità di procurarsi ed accumulare ricchezze, chremata) – John Kenneth Galbraith nella sua Storia dell’Economia sostiene che “Forse a Wall Street bisognerebbe leggere ancora Aristotele”. Nell’orizzonte entro il quale si è tentato di individuare fonti e moventi del crollo avvenuto, un’attenzione precipua e del tutto particolareggiata è stata rivolta alla funzione svolta dalle banche.

Con un moto mediatico piuttosto sbrigativo si è da più parti sentenziato che l’interezza del dissesto generatosi era da imputare unicamente alle banche e, spesso appoggiandosi ad uno scadente lavoro giornalistico di indebita uniformazione e di superficiale omologazione, le si è giudicate responsabili in blocco senza far emergere le effettive differenze, di organizzazione e di funzionalità, sussistenti tra esse, sussistenti cioè tra le diverse tipologie di intermediari creditizi operanti sul mercato dei capitali. Mansione che ogni banchiere serio e consapevole del ruolo sociale da esso ricoperto dovrebbe oggigiorno compiere è quella di provvedere, attraverso una opportuna operazione critica di disvelamento e autentificazione, a che i cittadini possano giungere a consapevolezza dei fatti imputati alle banche nel corso dell’ultima grande crisi finanziaria per quello che realmente sono stati, ovvero epurandoli dalle faziose interpretazioni e dalle errate architetture concettuali propagandate dai mezzi di comunicazione. Ed altresì, dovere forse ancora più
categorico per ogni banchiere sta nel rendere manifesto il volto autentico delle banche, fornendo per un verso una puntuale e lucida delineazione circa l’indispensabile ufficio che esse rivestono di collante e sviluppatore del sistema imprenditoriale, e per l’altro verso, con l’avallo di iniziative che non è forse sbagliato qualificare di mediazione e divulgazione culturale, portando a conoscenza dell’opinione pubblica quell’insieme di elementi valoriali di matrice etica, socio-politica, tradizionale, laica o religiosa che pressoché ogni banca, pur con le specifiche differenze individuali, possiede nel proprio retaggio storico.

La messa in chiaro di tali valori deve però respingere l’assimilazione a guisa di semplice espediente pubblicitario, di originale artificio di marketing. Sua autentica finalità sta nel costituirli a base di una rinnovata prassi, di un nuovo modo di “fare banca”. Infatti, dopo aver superato le inappropriate modalità di gestione del credito e della finanza (dai mutui subprime ai titoli derivati speculativi) che tanti problemi hanno arrecato a risparmiatori ed aziende, la sfida odierna che banche e banchieri devono raccogliere (vale a dire il suddetto “nuovo modo di fare banca”) si incentra sull’essere sia patrocinatori di un riformato sistema economico capace di disciplinare a livello globale l’espansione incontrollata del capitale arginandone gli effetti negativi, sia fautori di un processo di rifidelizzazione dalle clientela basato sul caposaldo della socialità economica piuttosto che su indifferenziate e impersonali relazioni (si pensi ai tanto discussi rating). Affinché siffatti obiettivi possano essere raggiunti è innanzitutto necessario, restringendo il perimetro di discussione alle sole banche italiane, oltrepassare il convincimento, troppo di frequente imperante nelle banche stesse, che ormai è l’Europa intera anziché un circoscritto territorio locale da tenere a punto di riferimento. In parallelo a detto convincimento è da valicare quello altrettanto diffuso che ritiene che nel disegno della recente normativa bancaria internazionale vi sarebbe l’intento di abrogare ogni rapporto di tipo personale tra banca, risparmiatore e territorio, e questo allo scopo di frazionare i rischi su un’area quanto più possibile vasta e di garantire al meglio il rispetto delle regole e delle norme statuite – se se ne scorge il risvolto ultimo, sostenere la tesi che le banche dovrebbero sciogliere ogni legame di tipo personalistico e localistico con la propria clientela può concorrere all’accentuazione del già crescente divario tra ricchezza e povertà (da una parte i ricchi che non richiedono alcuna “comprensione” alle banche in quanto per essi “parlano i numeri”, e dall’altra parte i poveri che invece di “comprensione” ne abbisognano, essendo che i “loro” numeri non sempre risultano rappresentativi di un realistica situazione esistenziale).

La valorizzazione del territorio si ritiene possa quindi essere elevata a strumento privilegiato onde contribuire, a livello generale, ad efficientare il sistema economico, e nello specifico ad impartire rinnovata solidità a quello bancario. Ma valorizzare il territorio, vagliandone nell’essenza la nozione, significa rivitalizzare l’economia reale, la quale prende forma proprio a partire dai nuclei aziendali locali, dalla cui diffusione e stabilità viene a generarsi la massa cellulare che sorregge l’intero tessuto economico nazionale e sovranazionale. Essere partner e supporto all’economia reale è però concepibile unicamente rimanendo a stretto contatto con essa, ossia con le persone che giorno dopo giorno contribuiscono a mantenerla dinamica con i loro sforzi ed il loro costante apporto di idee e progetti. Per evitare tuttavia che tale legame si decodifichi soltanto in un bel discorso da convegno, in pura retorica d’occasione, è indispensabile che esso venga attuato da istituti creditizi possedenti come effettivi principi genetici caratteristici ideali etici e deontologici. Grazie a codesti ideali si renderebbe possibile il conformarsi di rapporti banca- cliente improntati su vicendevole fiducia e scambievole collaborazione, nonché teleologicamente indirizzati più che al corrispettivo arricchimento al raggiungimento di quella particolare condizione economica e socio-politica rubricata con il titolo di bene comune.

Tali istituti di credito sono additabili nelle banche locali (o, con terminologia più aggiornata, banche del territorio o territoriali): le banche di credito cooperativo, le casse di risparmio, le banche popolari. Solidarietà, altruismo, mutualità, sussidiarietà, lotta all’usura, cooperazione alla libertà politico-economica e allo sviluppo sostenibile, assistenza creditizia e finan- ziaria, supporto alle famiglie e alle attività produttive, questi i più notori principi cardini plasmanti il sostrato permanente e la potenzialità distintiva della mission competitiva strutturante le banche territoriali. Lungi dall’essere astratti e teorici archetipi o null’altro che vuote ma altisonanti parole di cui servirsi esclusivamente per irretire una sprovveduta clientela, quasi fossero dettami di una possibile “morale del gregge” (per citare una celebre espressione di Friedrich Nietzsche) da adottare nel contesto economico-bancario, i sopranominati principi altro non sono che l’effettiva concretizzazione della viva esperienze del radicamento nel territorio degli istituti in argomento, il cui modello di business si fonda su una logica di tipo relazionale e su una marcata interdipendenza con la comunità sociale e segnatamente con il contesto imprenditoriale residente delle proprie zone di insediamento. Stante il tratto che discerne la peculiarità operativa delle banche del territorio, ossia la relationship lending, l’evenienza che esse hanno di fungere da normalizzatore del sistema economico e da riorientamento di quello bancario può prendere forma a patto che l’approccio di tipo relactional si spinga verso un precipuo ed irreversibile progresso evolutivo dovuto al superamento degli elementi di criticità e al rafforzamento dei caratteri tipici delle medesime banche del territorio.

Ravvisabili in maniera piuttosto evidente, le debolezze e le difficoltà delle banche territoriali sono sempre state riconosciute nell’acquisizione di competenze e risorse d’alto profilo da impiegare nella edificazione di processi gestionali di elevato standing all’interno delle aree crediti e finanza, nella scarsa applicazione di equilibrate economie di scala, nell’ottenimento di un portafoglio impieghi a sufficienza diversificante e frazionante il rischio, nell’ampliamento del ventaglio dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela. Oltre all’emendare a tali difetti, sarà indispensabile ovviare, a causa del fenomeno moltiplicativo delle fusioni tra banche e delle aggregazioni all’interno di un Gruppo, alla progressiva inevitabile riduzione degli sportelli e all’accentramento delle sedi direzionali, eventi, questi, comportanti l’aumento della distanza funzionale tra banca e clientela nonché la perdita di parte di quel patrimonio di informazioni qualitative ottenute grazie alla vicinanza geografica e alla persistenza dei contatti intrattenuti con l’imprenditoria ed i nuclei familiari locali. In merito all’evoluzione dei loro punti di forza, dovranno assumere anzitutto una condotta particolarmente proattiva verso il riflesso delle congiunture economiche sui mercati territoriali.

Dovranno cioè essere in grado di assicurare una incisiva resistenza contro gli esiti recessivi dell’economia: scartando l’ipotesi del credit crunch; canalizzando sulle zone di competenza, mediante un più celere e fluido circuito dei finanziamenti, il risparmio in esse formatosi; compattando la gestione organizzativa della concessione dei prestiti all’interno di processi funzionali corti e snelli per quanto efficaci e normativamente ineccepibili; implementando la persistenza temporale delle relazioni di clientela mediante specifiche forme d’assistenze d’ordine tecnico-consulenziale, queste miranti a far sì che gli obiettivi reddituali e patrimoniali prefissati da famiglie ed imprese possano giungere a buon fine. In breve, le banche locali dovranno impegnarsi a divenire interlocutori privilegiati e collaboratori sinergici delle persone fisiche e giuridiche (e degli enti tutti) site entro la cerchia della loro prossimità territoriale di riferimento, e ciò con la finalità di cooperare al perseguimento di una prosperità diffusa fondantesi su una durevole sicurezza reddituale e finanziaria, in una parola con il proposito di conquistare l’ambita per quanto faticosa meta del bene comune. A conclusione delle sintetiche riflessioni ora esposte va ricordato che i canoni valoriali delle banche locali sono il compendio di secolari tradizioni di pensiero politico-economico, e dell’altrettanto secolare vexata quaestione inerente l’identificazione del giusto equo e coerente ordine da accordare alla convivenza tra cittadini in funzione della dialettica Stato individuo.

Non potendo, per ovvie ragioni di spazio, presentare un esauriente ex- cursus storico di autori e dottrine, si vorrebbe quanto meno menzionare due momenti salienti di snodo evolutivo traccianti in linea teorica e organizzanti in misura prati- ca la struttura della società moderna, due momenti dei quali il secondo è, oltre che diretta risposta al primo, anche uno dei capisaldi da cui attingono linfa e pregnanza i principi etici delle banche locali. Si sta parlando della teoresi di Karl Marx e della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Vasto, articolato, complesso, antisistematico, il pensiero marxiano (da non confondere con quello marxista sviluppatosi a partire da Friedrich Engels e Karl Kautsky) amalgama filosofia, economia, politica, storia e sociologia con ineguagliabile forza speculativa. Tentarne un riassunto con pretese di completezza è uno scadere nel ridicolo. Si faranno tuttavia emergere quei punti focali dai quali ha preso vita, in epoca moderna, l’attenzione alle tematiche divenute poi centrali per le banche locali. Incipit della riflessione marxiana è l’affermazione che l’uomo si costituisce e realizza soltanto nel suo relazionarsi esternamente con gli altri uomini e con la natura che gli fornisce i mezzi di sussistenza.

Questi rapporti non sono però determinabili una volta per tutte perché sono storicamente comportati dalle forme del lavoro e della produzione. È cioè attraverso il lavoro, inteso come rapporto attivo con i suoi simili e la natura, che l’uomo diviene autenticamente creatore di sé e pienamente consapevole di se stesso – e non più per la via dell’interiorità fideistica o della coscienza religiosa. Il lavoro è pertanto l’unica manifestazione della libertà umana intesa come mezzo di soddisfacimento dei bisogni materiali o, che dir si voglia, della capacità dell’uomo di creare la propria forma di esistenza specifica. Come ebbe a dire lo stesso Marx nei suoi Manoscritti economico-filosofici: “L’individuo è ente sociale. La sua manifestazione di vita è una manifestazione e affermazione di vita sociale”. Diret- ta conseguenza di ciò è che, per Marx, l’unico soggetto del divenire storico è la società nella sua struttura economica, in quanto l’anatomia della società civile sarebbe da cercare nelle tesi e nelle dottrine dell’economia politica. I rapporti di produzione corrispondono pertanto, come sostiene Marx in Per la critica dell’economia politica, “alla struttura economica della società, ossia alla base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica”.

Ma se l’uomo, come ente sociale, è costituito dai rapporti di produzione, la sua vita dipende dalle forme volta per volta assunte da tali rapporti. Da qui la necessità di rimuovere dall’ambito delle forme di produzione ogni alienazione, ogni fattore limitante, ogni meccanismo usurpatorio del lavoro-libertà. La via più sicura, pur se non la più facile, per vincere l’alienazione sociale è, a detta di Marx, l’instaurazione del comunismo, con il quale sarebbe possibile giungere alla soppressione del capitalismo che, avendo nettamente diviso capitale e lavoro, è stato responsabile della lacerazione prodotta all’interna del singolo individuo e della società tutta. Con Marx (e poi con i suoi epigoni e, non sempre “fedeli”, continuatori) le tematiche del lavoro, del primato dell’economia sulla politica, della questione esistenziale delle classi sociali salariate e del loro sfruttamento ad opera dell’industria capitalistica, ecc., sono state portate con impulso propulsivo, per non dire con impeto rivoluzionario, all’attenzione del mondo intero. Non è trascorso però molto tempo dal loro diffondersi che da ambiti del tutto lontani da Marx e dal marxismo, ambiti che pur hanno dedicato un accurato studio alle tesi marxiane e marxiste, si è sentita nei confronti di quelle tematiche un’esigenza di rigorizzazione, di precisazione, di ampliamento verso differenti orizzonti di senso. Così è stato fatto dalla Chiesa Cattolica con la formalizzazione della sua Dottrina Sociale.

Come già per il pensiero di Marx, anche il contenuto della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica è di un’ampiezza tale da essere impossibile da riassumere pur se per sommi capi. È tuttavia nondimeno significativo, ai fini del presente scritto, rammentare che dalla risposta della Chiesa Cattolica alla visione marxiana della società hanno tratto spunto ed ispirazione alcuni dei “padri fondatori” (uno per tutti: Giuseppe Toniolo) della cosiddetta “carta dei valori” delle banche locali. La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica è ravvisabile nel corpus di specifiche encicliche pontificie e di documenti magisteriali ad hoc trattanti pressoché ogni sfumatura e risvolto della questione sociale nel suo divenire ed attualizzarsi. In epoca moderna, sebbene gli argomenti sociali siano sempre stati oggetto di cura da parte della Chiesa, si è, per convenzione, indicato il sorgere storico di una peculiare Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica nell’anno 1891, allorquando è stata emanata l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. Con tale documento, che ha anche ripreso precedenti interventi in materia affrontati dal pontefice, è stato posto in essere un serrato confronto con il pensiero di Marx e dei vari marxismi.

Nell’opposizione contro il filosofo di Treviri (luogo di nascita di Marx) sono stati fissati una volta per sempre al- cuni dei temi basilari il cui contenuto sostanzia la sopra nominata “carta dei valori” delle bancuna conseguente applicazione, del sistema dottrinario strutturato da Friedrich August von Hayek. È storia che originari artefici di questo avvenimento siano stati, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, il governo britannico guidato dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher e quello statunitense del presidente Reagan. Dopo un primo generalizzato dissenso popolare e una iniziale negativa risposta dello scenario economico nazionale, le scelte di politica economica adottate da Gran Bretagna e Stati Uniti, rispettivamente identificate con l’epiteto di thatcherismo e reaganomics, sono risultate vincitrici contro i mali della regressione, dell’inflazione e della disoccupazione. Da tale situazione è stata tratta, si potrebbe dire per induzione, una sorta di legge generale (il cui più famoso propugnatore è stato l’economista americano Milton Friedman) asserente che la risoluzione dei problemi economici era ravvisabile nella riduzione al minimo dell’interventismo statale e nell’esistere di un libero mercato quale metodo di autocontrollo dell’economia.

Pietra angolare di questa concezione è stata individuata nella deregulation, ossia quel processo che ha indotto i governi centrali a far cessare i controlli sul mercato e ad eliminare le restrizioni sull’operatività imprenditoriale. Col divulgarsi di tali idee ogni tentativo di arrestare l’espansione del capitalismo è stato visto alla stregua di un grossolano errore teorico e pratico al contempo, e specifiche tematiche quali l’equità sociale e la generazione di sussidi per gli indigenti, la proporzionale distribuzione della ricchezza e l’utilizzo del denaro pubblico con valenza di ammortizzatore sociale, sono state concepite come non-problemi o, al più, come questioni microeconomiche con impatti ridotti in ambito macroeconomico, quest’ultimo giudicato il più attendibile rivelatore dello status di salute economica di una nazione. Forse mai prima dell’avvento del neoliberismo, né in modo cosi palese, si era apertamente espresso che l’ostacolo principale all’espansione del benessere economico doveva essere riconosciuto nell’impianto normativo vigente, non però nel suo non essere perfetto o necessitante di miglioramenti, quanto nel suo stesso sussistere, nel suo presentarsi come estrinsecazione di vincoli, strettoie, limitazioni derivanti in buona sostanza da intendimenti economici superati, da visioni sociali stereotipate, da ideazioni tradizionali sfocianti nell’utopia, da ideologie etiche inattuabili.

E giustificazione primaria di tale convinzione la si è scorta nel fatto che un sistema economico a pianificazione statale (d’impianto socialista o keynesiano che fosse), ossia che non lasciava piena libertà di azione agli operatori agenti sul mercato, veniva a determinare un’eccessiva concentrazione del potere governativo, con seri rischi per la stabilità politica della democrazia e con l’ancor più grave conseguenza data dal possibile insediarsi di regimi totalitari (come hanno ad esempio insegnato le drammatiche esperienza del bolscevismo in Russia e del nazionalsocialismo in Germania). Per più di un ventennio tutto si è “incastrato” alla perfezione, le teorizzazioni neoliberiste funzionavano, l’espansione della ricchezza era costante, la mano invisibile del mercato di smithiana memoria aveva aperto i confini delle nazioni e progressivamente edificato l’immagine di uno Stato globale, di un impero (come l’ha definito Toni Negri), la cui solidità indiscussa si reggeva tanto su di un’economia priva di nemici, perché in fin dei conti priva di autentiche limitazioni di specie, che su di un apparato politico pressoché interamente occupato a far da dedita fedele ancella proprio all’assetto economico corrente. Ma quando la via dischiusa dal neoliberismo appariva ormai consolidata come incontrovertibile, la sua efficacia ha iniziato a vacillare (era l’estate del 2007) e del tutto inaspettatamente (anche per molti sedicenti esperti e presunti addetti ai lavori) si è addivenuto all’incirca in tempo zero al collasso su scala mondiale dell’intero sistema economico dominate.

Lo shock è stato totale, si potevano solo più raccogliere i cocci, cercare i colpevoli e comprendere i motivi dell’accaduto. Nella miriade di parole spese sull’argomento “crisi economico-finanziaria” si è giunti alla delineazione di alcuni elementi comuni cui è stata attribuita la causa del tracollo. In primis ci si è accorti che ciò che era qualificato come semplice neoliberismo si era di fatto concretato in un ultraliberismo trasformante l’economia da reale, basata sulla produzione fisica di merci, a finanziaria, fondata sull’emissione di aggregati monetari, di titoli cartacei aventi un valore indotto ma del tutto privi di alcun valore intrinseco. Si è così determinato il passaggio da una società in prevalenza di produttori ad una in preponderanza di consumatori, per la quale fine del processo economico non era più il bene tangibile, materiale, derivato da un lavoro fisico o intellettuale, ma il denaro, neutro e anonimo risultato di complessi tecnicismi basati sulla moltiplicazione del debito pubblico e privato. Se si volesse sintetizzare in una breve paradigmatica espressione il complesso delle ragioni che hanno portato al fallimento dell’economia costituita, si potrebbe affermare che la colpa dei tragici eventi verificatisi è riconducibile all’aver agito in assenza di ethos, di metron e di nomos, ovvero di una normatività etica e di una cultura del limite, che come già sapeva Aristotele, permettono di erigere un’economia propriamente detta (oikonomia, cioè la regola, nomos, per gestire correttamente secondo il comportamento del giusto mezzo, messotes, la casa, oikos, in vista del vivere bene, eu zen) distinguendola da una crematistica (chrematistikè, cioè l’abilità di procurarsi ed accumulare ricchezze, chremata) – John Kenneth Galbraith nella sua Storia dell’Economia sostiene che “Forse a Wall Street bisognerebbe leggere ancora Aristotele”.

Nell’orizzonte entro il quale si è tentato di individuare fonti e moventi del crollo avvenuto, un’attenzione precipua e del tutto particolareggiata è stata rivolta alla funzione svolta dalle banche. Con un moto mediatico piuttosto sbrigativo si è da più parti sentenziato che l’interezza del dissesto generatosi era da imputare unicamente alle banche e, spesso appoggiandosi ad uno scadente lavoro giornalistico di indebita uniformazione e di superficiale omologazione, le si è giudicate responsabili in blocco senza far emergere le effettive differenze, di organizzazione e di funzionalità, sussistenti tra esse, sussistenti cioè tra le diverse tipologie di intermediari creditizi operanti sul mercato dei capitali. Mansione che ogni banchiere serio e consapevole del ruolo sociale da esso ricoperto dovrebbe oggigiorno compiere è quella di provvedere, attraverso una opportuna operazione critica di disvelamento e autentificazione, a che i cittadini possano giungere a consapevolezza dei fatti imputati alle banche nel corso dell’ultima grande crisi finanziaria per quello che realmente sono stati, ovvero epurandoli dalle faziose interpretazioni e dalle errate architetture concettuali propagandate dai mezzi di comunicazione. Ed altresì, dovere forse ancora più categorico per ogni banchiere sta nel rendere manifesto il volto autentico delle banche, fornendo per un verso una puntuale e lucida delineazione circa l’indispensabile ufficio che esse rivestono di collante e sviluppatore del sistema imprenditoriale, e per l’altro verso, con l’avallo di iniziative che non è forse sbagliato qualificare di mediazione e divulgazione culturale, portando a conoscenza dell’opinione pubblica quell’insieme di elementi valoriali di matrice etica, socio-politica, tradizionale, laica o religiosa che pressoché ogni banca, pur con le specifiche differenze individuali, possiede nel proprio retaggio storico. La messa in chiaro di tali valori deve però respingere l’assimilazione a guisa di semplice espediente pubblicitario, di originale artificio di marketing.

Sua autentica finalità sta nel costituirli a base di una rinnovata prassi, di un nuovo modo di “fare banca”. Infatti, dopo aver superato le inappropriate modalità di gestione del credito e della finanza (dai mutui subprime ai titoli derivati speculativi) che tanti problemi hanno arrecato a risparmiatori ed aziende, la sfida odierna che banche e banchieri devono raccogliere (vale a dire il suddetto “nuovo modo di fare banca”) si incentra sull’essere sia patrocinatori di un riformato sistema economico capace di disciplinare a livello globale l’espansione incontrollata del capitale arginandone gli effetti negativi, sia fautori di un processo di rifidelizzazione dalle clientela basato sul caposaldo della socialità economica piuttosto che su indifferenziate e impersonali relazioni (si pensi ai tanto discussi rating). Affinché siffatti obiettivi possano essere raggiunti è innanzitutto necessario, restringendo il perimetro di discussione alle sole banche italiane, oltrepassare il convincimento, troppo di frequente imperante nelle banche stesse, che ormai è l’Europa intera anziché un circoscritto territorio locale da tenere a punto di riferimento. In parallelo a detto convincimento è da valicare quello altrettanto diffuso che ritiene che nel disegno della recente normativa bancaria internazionale vi sarebbe l’intento di abrogare ogni rapporto di tipo personale tra banca, risparmiatore e territorio, e questo allo scopo di frazionare i rischi su un’area quanto più possibile vasta e di garantire al meglio il rispetto delle regole e delle norme statuite – se se ne scorge il risvolto ultimo, sostenere la tesi che le banche dovrebbero sciogliere ogni legame di tipo personalistico e localistico con la propria clientela può concorrere all’accentuazione del già crescente divario tra ricchezza e povertà (da una parte i ricchi che non richiedono alcuna “comprensione” alle banche in quanto per essi “parlano i numeri”, e dall’altra parte i poveri che invece di “comprensione” ne abbisognano, essendo che i “loro” numeri non sempre risultano rappresentativi di un realistica situazione esistenziale).

La valorizzazione del territorio si ritiene possa quindi essere elevata a strumento privilegiato onde contribuire, a livello generale, ad efficientare il sistema economico, e nello specifico ad impartire rinnovata solidità a quello bancario. Ma valorizzare il territorio, vagliandone nell’essenza la nozione, significa rivitalizzare l’economia reale, la quale prende forma proprio a partire dai nuclei aziendali locali, dalla cui diffusione e stabilità viene a generarsi la massa cellulare che sorregge l’intero tessuto economico nazionale e sovranazionale. Essere partner e supporto all’economia reale è però concepibile unicamente rimanendo a stretto contatto con essa, ossia con le persone che giorno dopo giorno contribuiscono a mantenerla dinamica con i loro sforzi ed il loro costante apporto di idee e progetti. Per evitare tuttavia che tale legame si decodifichi soltanto in un bel discorso da convegno, in pura retorica d’occasione, è indispensabile che esso venga attuato da istituti creditizi possedenti come effettivi principi genetici caratteristici ideali etici e deontologici. Grazie a codesti ideali si renderebbe possibile il conformarsi di rapporti banca- cliente improntati su vicendevole fiducia e scambievole collaborazione, nonché teleologicamente indirizzati più che al corrispettivo arricchimento al raggiungimento di quella particolare condizione economica e socio-politica rubricata con il titolo di bene comune.

Tali istituti di credito sono additabili nelle banche locali (o, con terminologia più aggiornata, banche del territorio o territoriali): le banche di credito cooperativo, le casse di risparmio, le banche popolari. Solidarietà, altruismo, mutualità, sussidiarietà, lotta all’usura, cooperazione alla libertà politico-economica e allo sviluppo sostenibile, assistenza creditizia e finanziaria, supporto alle famiglie e alle attività produttive, questi i più notori principi cardini plasmanti il sostrato permanente e la potenzialità distintiva della mission competitiva strutturante le banche territoriali. Lungi dall’essere astratti e teorici archetipi o null’altro che vuote ma altisonanti parole di cui servirsi esclusivamente per irretire una sprovveduta clientela, quasi fossero dettami di una possibile “morale del gregge” (per citare una celebre espressione di Friedrich Nietzsche) da adottare nel contesto economico-bancario, i sopranominati principi altro non sono che l’effettiva concretizza- zione della viva esperienze del radicamento nel territorio degli istituti in argomento, il cui modello di business si fonda su una logica di tipo relazionale e su una marcata interdipendenza con la comunità sociale e segnatamente con il contesto imprenditoriale residente delle proprie zone di insediamento. Stante il tratto che discerne la peculiarità operativa delle banche del territorio, ossia la relationship lending, l’evenienza che esse hanno di fungere da normalizzatore del sistema economico e da riorientamento di quello bancario può prendere forma a patto che l’approccio di tipo relactional si spinga verso un precipuo ed irreversibile progresso evolutivo dovuto al superamento degli elementi di criticità e al rafforzamento dei caratteri tipici delle medesime banche del territorio.

Ravvisabili in maniera piuttosto evidente, le debolezze e le difficoltà delle banche territoriali sono sempre state riconosciute nell’acquisizione di competenze e risorse d’alto profilo da impiegare nella edificazione di processi gestionali di elevato standing all’interno delle aree crediti e finanza, nella scarsa applicazione di equilibrate economie di scala, nell’ottenimento di un portafoglio impieghi a sufficienza diversificante e frazionante il rischio, nell’ampliamento del ventaglio dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela. Oltre all’emendare a tali difetti, sarà indispensabile ovviare, a causa del fenomeno moltiplicativo delle fusioni tra banche e delle aggregazioni all’interno di un Gruppo, alla progressiva inevitabile riduzione degli sportelli e all’accentramento delle sedi direzionali, eventi, questi, comportanti l’aumento della distanza funzionale tra banca e clientela nonché la perdita di parte di quel patrimonio di informazioni qualitative ottenute grazie alla vicinanza geografica e alla persistenza dei contatti intrattenuti con l’imprenditoria ed i nuclei familiari locali.

In merito all’evoluzione dei loro punti di forza, dovranno assumere anzitutto una condotta particolarmente proattiva verso il riflesso delle congiunture economiche sui mercati territoriali. Dovranno cioè essere in grado di assicurare una incisiva resistenza contro gli esiti recessivi dell’economia: scartando l’ipotesi del credit crunch; canalizzando sulle zone di competenza, mediante un più celere e fluido circuito dei finanziamenti, il risparmio in esse formatosi; compattando la gestione organizzativa della concessione dei prestiti all’interno di processi funzionali corti e snelli per quanto efficaci e normativamente ineccepibili; implementando la persistenza temporale delle relazioni di clientela mediante specifiche forme d’assistenze d’ordine tecnico-consulenziale, queste miranti a far sì che gli obiettivi reddituali e patrimoniali prefissati da famiglie ed imprese possano giungere a buon fine. In breve, le banche locali dovranno impegnarsi a divenire interlocutori privilegiati e collaboratori sinergici delle persone fisiche e giuridiche (e degli enti tutti) site entro la cerchia della loro prossimità territoriale di riferimento, e ciò con la finalità di cooperare al persegui- mento di una prosperità diffusa fondantesi su una durevole sicurezza reddituale e finanziaria, in una parola con il proposito di conquistare l’ambita per quanto faticosa meta del bene comune.

A conclusione delle sintetiche riflessioni ora esposte va ricordato che i canoni valoriali delle banche locali sono il compendio di secolari tradizioni di pensiero politico-economico, e dell’altrettanto secolare vexata quaestione inerente l’identificazione del giusto equo e coerente ordine da accordare alla convivenza tra cittadini in funzione della dialettica Stato-individuo. Non potendo, per ovvie ragioni di spazio, presentare un esauriente ex- cursus storico di autori e dottrine, si vorrebbe quanto me- no menzionare due momenti salienti di snodo evolutivo traccianti in linea teorica e organizzanti in misura prati- ca la struttura della società moderna, due momenti dei quali il secondo è, oltre che diretta risposta al primo, anche uno dei capisaldi da cui attingono linfa e pregnanza i principi etici delle banche locali. Si sta parlando della teoresi di Karl Marx e della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

Vasto, articolato, complesso, antisistematico, il pensiero marxiano (da non confondere con quello marxista sviluppatosi a partire da Friedrich Engels e Karl Kautsky) amalgama filosofia, economia, politica, storia e sociologia con ineguagliabile forza speculativa. Tentarne un riassunto con pretese di completezza è uno scadere nel ridicolo. Si faranno tuttavia emergere quei punti focali dai quali ha preso vita, in epoca moderna, l’attenzione alle tematiche divenute poi centrali per le banche locali. Incipit della riflessione marxiana è l’affermazione che l’uomo si costituisce e realizza soltanto nel suo relazionarsi esternamente con gli altri uomini e con la natura che gli fornisce i mezzi di sussistenza. Questi rapporti non sono però determinabili una volta per tutte perché sono storicamente comportati dalle forme del lavoro e della produzione. È cioè attraverso il lavoro, inteso come rapporto attivo con i suoi simili e la natura, che l’uomo diviene autenticamente creatore di sé e pienamente consapevole di se stesso – e non più per la via dell’interiorità fideistica o della coscienza religiosa. Il lavoro è pertanto l’unica manifestazione della libertà umana intesa come mezzo di soddisfacimento dei bisogni materiali o, che dir si voglia, della capacità dell’uomo di creare la propria forma di esistenza specifica. Come ebbe a dire lo stesso Marx nei suoi Manoscritti economico-filosofici: “L’individuo è ente sociale.

La sua manifestazione di vita è una manifestazione e affermazione di vita sociale”. Diretta conseguenza di ciò è che, per Marx, l’unico soggetto del divenire storico è la società nella sua struttura economica, in quanto l’anatomia della società civile sarebbe da cercare nelle tesi e nelle dottrine dell’economia politica. I rapporti di produzione corrispondono pertanto, come sostiene Marx in Per la critica dell’economia politica, “alla struttura economica della società, ossia alla base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica”. Ma se l’uomo, come ente sociale, è costituito dai rapporti di produzione, la sua vita dipende dalle forme volta per volta assunte da tali rapporti. Da qui la necessità di rimuovere dall’ambito delle forme di produzione ogni alienazione, ogni fattore limitante, ogni meccanismo usurpatorio del lavoro-libertà. La via più sicura, pur se non la più facile, per vincere l’alienazione sociale è, a detta di Marx, l’instaurazione del comunismo, con il quale sarebbe possibile giungere alla soppressione del capitalismo che, avendo nettamente diviso capitale e lavoro, è stato responsabile della lacerazione prodotta all’interna del singolo individuo e della società tutta. Con Marx (e poi con i suoi epigoni e, non sempre “fedeli”, continuatori) le tematiche del lavoro, del primato dell’economia sulla politica, della questione esistenziale delle classi sociali salariate e del loro sfruttamento ad opera dell’industria capitalistica, ecc., sono state portate con impulso propulsivo, per non dire con impeto rivoluzionario, all’attenzione del mondo intero.

Non è trascorso però molto tempo dal loro diffondersi che da ambiti del tutto lontani da Marx e dal marxismo, ambiti che pur hanno dedicato un accurato studio alle tesi marxiane e marxiste, si è sentita nei confronti di quelle tematiche un’esigenza di rigorizzazione, di precisazione, di ampliamento verso differenti orizzonti di senso. Così è stato fatto dalla Chiesa Cattolica con la formalizzazione della sua Dottrina Sociale. Come già per il pensiero di Marx, anche il contenuto della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica è di un’ampiezza tale da essere impossibile da riassumere pur se per sommi capi. È tuttavia nondimeno significativo, ai fini del presente scritto, rammentare che dalla risposta della Chiesa Cattolica alla visione marxiana del diffondersi su scala internazionale delle teorie economiche neoliberiste è derivato, com’è noto, da una lettura estremizzata, e da una conseguente applicazione, del sistema dottrinario strutturato da Friedrich August von Hayek.

È storia che originari artefici di questo avvenimento siano stati, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, il governo britannico guidato dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher e quello statuniten se del presidente Reagan. Dopo un primo generalizzato dissenso popolare e una iniziale negativa risposta dello scenario economico nazionale, le scelte di politica economica adottate da Gran Bretagna e Stati Uniti, rispettivamente identificate con l’epiteto di thatcherismo e reaganomics, sono risultate vincitrici contro i mali della regressione, dell’inflazione e della disoccupazione. Da tale situazione è stata tratta, si potrebbe dire per induzione, una sorta di legge generale (il cui più famoso propugnatore è stato l’economista americano Milton Friedman) asserente che la risoluzione dei problemi economici era ravvisabile nella riduzione al minimo dell’interventismo statale e nell’esistere di un libero mercato quale metodo di autocontrollo dell’economia. Pietra angolare di questa concezione è stata individuata nella deregulation, ossia quel processo che ha indotto i governi centrali a far cessare i controlli sul mercato e ad eliminare le restrizioni sull’operatività imprenditoriale. Col divulgarsi di tali idee ogni tentativo di arrestare l’espansione del capitalismo è stato visto alla stregua di un grossolano errore teorico e pratico al contempo, e specifiche tematiche quali l’equità sociale e la generazione di sussidi per gli indigenti, la proporzionale distribuzione della ricchezza e l’utilizzo del denaro pubblico con valenza di ammortizzatore sociale, sono state concepite come non-problemi o, al più, come questioni microeconomiche con impatti ridotti in ambito macroeconomico, quest’ultimo giudicato il più attendibile rivelatore dello status di salute economica di una nazione. Forse mai prima dell’avvento del neoliberismo, né in modo cosi palese, si era apertamente espresso che l’osta- colo principale all’espansione del benessere economico doveva essere riconosciuto nell’impianto normativo vigente, non però nel suo non essere perfetto o necessitante di miglioramenti, quanto nel suo stesso sussistere, nel suo presentarsi come estrinsecazione di vincoli, strettoie, limitazioni derivanti in buona sostanza da intendimenti economici superati, da visioni sociali stereotipate, da ideazioni tradizionali sfocianti nell’utopia, da ideologie etiche inattuabili.

E giustificazione primaria di tale convinzione la si è scorta nel fatto che un sistema economico a pianificazione statale (d’impianto socialista o keynesiano che fosse), ossia che non lasciava piena libertà di azione agli operatori agenti sul mercato, veniva a determinare un’eccessiva concentrazione del potere governativo, con seri rischi per la stabilità politica della democrazia e con l’ancor più grave conseguenza data dal possibile insediar- si di regimi totalitari (come hanno ad esempio insegnato le drammatiche esperienza del bolscevismo in Russia e del nazionalsocialismo in Germania). Per più di un ventennio tutto si è “incastrato” alla perfezione, le teorizzazioni neoliberiste funzionavano, l’espansione della ricchezza era costante, la mano invisibile del mercato di smithiana memoria aveva aperto i confini delle nazioni e progressivamente edificato l’immagine di uno Stato globale, di un impero (come l’ha definito Toni Negri), la cui solidità indiscussa si reggeva tanto su di un’economia priva di nemici, perché in fin dei conti priva di autentiche limitazioni di specie, che su di un apparato politico pressoché interamente occupato a far da dedita fedele ancella proprio all’assetto economico corrente. Ma quando la via dischiusa dal neoliberismo appariva ormai consolidata come incontrovertibile, la sua efficacia ha iniziato a vacillare (era l’estate del 2007) e del tutto inaspettatamente (anche per molti sedicenti esperti e presunti addetti ai lavori) si è addivenuto all’incirca in tempo zero al collasso su scala mondiale dell’intero sistema economico dominate. Lo shock è stato totale, si potevano solo più raccogliere i cocci, cercare i colpevoli e comprendere i motivi dell’accaduto. Nella miriade di parole spese sull’argomento “crisi economico-finanziaria” si è giunti alla delineazione di alcuni elementi comuni cui è stata attribuita la causa del tracollo. In primis ci si è accorti che ciò che era qualificato come semplice neoliberismo si era di fatto concretato in un ultraliberismo trasformante l’economia da reale, basata sulla produzione fisica di merci, a finanziaria, fondata sull’emissione di aggregati monetari, di titoli cartacei aventi un valore indotto ma del tutto privi di alcun valo- re intrinseco. Si è così determinato il passaggio da una società in prevalenza di produttori ad una in preponderanza di consumatori, per la quale fine del processo economico non era più il bene tangibile, materiale, derivato da un lavoro fisico o intellettuale, ma il denaro, neutro e ano- nimo risultato di complessi tecnicismi basati sulla moltiplicazione del debito pubblico e privato.

Se si volesse sintetizzare in una breve paradigmatica espressione il complesso delle ragioni che hanno portato al fallimento dell’economia costituita, si potrebbe affermare che la colpa dei tragici eventi verificatisi è riconducibile all’aver agito in assenza di ethos, di metron e di nomos, ovvero di una normatività etica e di una cultura del limite, che come già sapeva Aristotele, permettono di erigere un’economia propriamente detta (oikonomia, cioè la regola, nomos, per gestire correttamente secondo il comportamento del giusto mezzo, messotes, la casa, oikos, in vista del vivere bene, eu zen) distinguendola da una crematistica (chrematistikè, cioè l’abilità di procurarsi ed accumulare ricchezze, chremata) – John Kenneth Galbraith nella sua Storia dell’Economia sostiene che “Forse a Wall Street bisognerebbe leggere ancora Aristotele”. Nell’orizzonte entro il quale si è tentato di individuare fonti e moventi del crollo avvenuto, un’attenzione precipua e del tutto particolareggiata è stata rivolta alla funzione svolta dalle banche. Con un moto mediatico piuttosto sbrigativo si è da più parti sentenziato che l’interezza del dissesto generatosi era da imputare unicamente alle banche e, spesso appoggiandosi ad uno scadente lavoro giornalistico di indebita uniformazione e di superficiale omologazione, le si è giudicate responsabili in blocco senza far emerge- re le effettive differenze, di organizzazione e di funzionalità, sussistenti tra esse, sussistenti cioè tra le diverse tipologie di intermediari creditizi operanti sul mercato dei capitali.

Mansione che ogni banchiere serio e consapevole del ruolo sociale da esso ricoperto dovrebbe oggigiorno compiere è quella di provvedere, attraverso una opportuna operazione critica di disvelamento e autentificazione, a che i cittadini possano giungere a consapevolezza dei fatti imputati alle banche nel corso dell’ultima grande crisi finanziaria per quello che realmente sono stati, ovvero epurandoli dalle faziose interpretazioni e dalle errate architetture concettuali propagandate dai mezzi di comunicazione. Ed altresì, dovere forse ancora più che locali. Senza entrare nel dettaglio, ma esponendo per grandi tracce alcuni temi della Dottrina Sociale di maggior impatto per l’argomento “banche locali e territorio”, si pone in evidenza che la voce della Chiesa Cattolica ha deposto in primo luogo per la tesi dell’antecedenza del singolo uomo sulla società e sullo Stato, riqualificando cosi, in opposizione al collettivismo socialista ed allo spicco dato ai rapporti di produzione materiale, l’importanza della coscienza individuale e della fede religiosa per dar forma a rapporti sociali tra cittadini improntati su equità e giustizia. Le relazioni tra uomini non sono né possono essere cioè solo socioconomiche ma devono essere anche e più ancora socio-politiche, ossia aventi a basamento un’autentica morale affondante le proprie radici nella verità, che per la Dottrina Sociale è la verità rivelata custodita dalla Chiesa. Una morale di tal forgia non significa però vincolo impedimento o restrizione all’agire, ma all’opposto occasione di vincere situazioni di anarchismo e di istituire un ordine sociale sul quale erigere una reale ed effettiva libertà tra individui. Alienazione sociale non è solo il sovrastare del capitale sul lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori attuato dai capitalisti, ma un ben più generale orizzonte consistente nell’assenza di ordine.

Superare l’alienazione è giungere all’ordine, ad un’organizzazione razionale delle relazioni interpersonali aventi per fine il vicendevole rispetto e la cura reciproca. E quell’ordine, come pocanzi accennato, trova nell’etica cristiana, secondo la Dottrina Sociale, la propria ragion d’essere. La questione dell’etica apre a quella della liberta (come ben sapeva Kant quando nella sua Critica della ragion pratica formulò il famoso “devi dunque puoi”), libertà che la Dottrina Sociale differenzia in naturale, ovvero il libero arbitrio o generica facoltà di scegliere, e morale, ovvero facoltà di scegliere il bene conforme a ragione – se la libertà naturale può essere usata per il bene o per il male, quella morale è soltanto l’uso buono del libero arbitrio, che nella sfera dei rapporti sociali sta a significare il perseguimento del bene comune dei cittadini e la vittoria sul diffondersi della povertà. Per la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica la strada ad oggi più celere, stabile e sicura per conseguire il bene comune e vincere la povertà rinviene nell’uso oculato delle ricchezze e nella gestione responsabile del capitale da parte dell’industria creditizia e finanziaria – come del resto la riflessione teorica di Michael Novak dimostra e l’esperienza sfavillante della Grameen Bank eretta da Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace nel 2006) testimonia. Soffermarsi su Marx e sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, pur se in modo impressionistico e inevitabilmente superficiale e sommario, ha voluto essere un tentativo di dar cenno del fatto che le banche del territorio sono il risultato di una continuità valoriale tradizionale non mai sedimentata ma in costante divenire, che ha dato importanti e fondamentali frutti, anche se a volte maturati con lentezza e quasi nascostamente, per le comunità territoriali di competenza come per l’intera società. Ragione, questa, che dovrebbe incentivare seria- mente le Istituzioni a prendere le difese, quasi fosse un dovere civico, dei principi etici delle banche locali contro le incursioni dei grandi Gruppi bancari nazionali e sovranazionali finalizzate ad alterarli e trasfigurarli nelle loro asettiche ed impersonali regole gestionali.

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