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Banca Popolare di Bari, mentre la nave affondava i vertici si aumentavano gli stipendi

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Articolo apparso su Dagospia :

Mentre la nave bancaria di Bari affondava, i crediti inevasi ingrandivano la falla patrimoniale e non si trovava un investitore disposto a colmarla, i capitani sulla tolda della banca pensavano ad aumentare i compensi, in modo generalizzato per il cda e per tutti i dirigenti della prima linea. A partire dai manager addetti ai controlli interni e alla compliance (la conformità alle direttive di vigilanza): le due aree nevralgiche da cui dipendeva il flusso di comunicazioni sia con i magistrati che indagavano sulla banca, ipotizzando i principali reati societari, sia con i controllori della Banca d’ Italia.

Sono numeri che trovano conferma da fonti interne alla popolare barese, e nel sindacato di categoria che già ebbe a criticarli lo scorso settembre. L’assemblea infuocata chiamata a votare il bilancio 2018, chiuso con 420 milioni di perdita netta a causa di ingenti svalutazioni su crediti, doveva discutere al punto 5 anche le “Politiche di remunerazione ed incentivazione per l’ esercizio 2019”. Un punto che passò al voto dei soci infuriati, forse più intenti a contestare i vertici nel timore di non rivedere i loro investimenti.

Come dovessero essere tali “politiche di remunerazione e incentivazione” lo si capì due mesi dopo, il 24 settembre. Quando il cda della banca approvò il nuovo pacchetto dei compensi. Il gettone per tutti i consiglieri di amministrazione saliva da 40 mila a 70 mila euro annui. Il compenso fisso per l’ad Vincenzo De Bustis fu stabilito a 1 milione di euro, e di 450 mila euro per il presidente Gianvito Giannelli, che tre giorni dopo l’assemblea del 21 luglio aveva sostituito il patron Jacobini (suo zio).

Il capostipite della famiglia, in banca dal 1978, nel 2018 era stato pagato molto più del nipote: 655 mila euro per l’ annata, e 2,5 milioni di “compensi residui per anni pregressi”, non meglio specificati dal documento di remunerazione 2019. Ma quel risparmio di risorse fu di fatto redistribuito tra gli altri consiglieri, con la creazione di cinque nuovi comitati interni al consiglio.

Da due che erano furono portati a sette, ufficialmente per rafforzare i presidi dell’organo di amministrazione della banca; di fatto, fu un’altra occasione di guadagno per tutti i consiglieri. Per fare un esempio, per il comitato di pianificazione strategica fu scelto presidente Gianfranco Viesti, che così all’importo base aggiunse 45 mila euro; alla presidenza del comitato controlli e rischi Francesco Venturelli, altri 75 mila euro, e 50 mila a testa in più per i due suoi componenti Gianfranco Viesti e Francesco Ago. E così via, in un fiorire incrociato di gruppetti e di gettoni.

Tutto previa valutazione (l’assessment) di Russell Reynolds, società newyorchese della consulenza specializzata, che aveva dato il suo benestare trovando le somme e le prassi allineate alla media degli istituti (non era certo “medio” l’essere sotto le soglie minime di capitale regolamentare, con un quarto degli attivi deteriorati e impotenti a rintracciare nuovo credito). Tutto regolare ma niente bello, a neanche tre mesi dal commissariamento che l’anno prossimo costerà 900 milioni ai contribuenti italiani, più 500 stimati dalle banche del Fondo di tutela depositi.

Sempre in quel cda si era ben pensato di aumentare anche gli stipendi ad alcuni dirigenti chiave, con retrodatazione di qualche mese. Così fu per il capo dei controlli interni Giuseppe Marella (da 170 mila a 220 mila euro) e il responsabile della contabilità Elio Circelli (da 170 a 220 mila euro). Due perni del funzionamento della banca; ed entrambi tra i 10 dirigenti indagati dalla procura di Bari. Simili incrementi ebbero Giorgio Scupola, a capo dell’ufficio legale, e il numero uno della compliance Francesco Nardulli.

L’ avvocato Giannelli, presidente lampo da luglio al commissariamento di metà dicembre, ha avuto per anni dalla banca altre forme di compenso, per le attività di consulenza pluridecennali riconosciute allo studio omonimo, fin da quando lo guidava suo padre. La stessa Banca d’ Italia, nella relazione ispettiva del 2010, citava l’ esposizione verso lo studio Giannelli – allora stimata in circa 3 milioni – come di un rischio potenziale, perché l’ eccesso di incarichi allo studio poteva ripercuotersi sull’operatività. Negli anni successivi non pare che le consulenze siano diminuite, sia per l’attività di recupero crediti e contenzioso che per le principali questioni di diritto societario e trasformazione strategica della banca.

Dal 2015 al 2018 risulta che lo studio Giannelli abbia fatturato oltre 3 milioni di euro complessivi, con quote annue fisse fino a 150 mila euro e residue parti variabili. Per evitare un conflitto di interesse più grande le consulenze si sono interrotte lo scorso luglio, dopo l’entrata di Giannelli nel cda a Bari. Anche il capoazienda De Bustis aveva fatturato: poche ore prima di entrare in cda, per diventare amministratore delegato, si fece pagare una consulenza da 125 mila euro per una consulenza sull’industria creditizia.

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