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Bonafede-Di Matteo, Travaglio: “Colossale equivoco”

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travaglio

“L’altra sera l’ex pm (Nino Di Matteo, ndr) ha evocato le frasi dei boss a proposito della presunta retromarcia del ministro sulla sua nomina al Dap. E, anche se non ha fissato alcun nesso causale fra le due cose, Giletti l’ha dato per scontato. Noi ovviamente non eravamo presenti ai tre colloqui (uno telefonico e due al ministero) intercorsi tra Bonafede e Di Matteo. E non ne conosciamo i particolari. Ma già due anni fa ci facemmo l’idea di un colossale equivoco fra due persone in buona fede. Ecco la cronologia”. E quanto scrive Marco Travaglio nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano parlando dello scontro fra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e il magistrato Nino Di Matteo, andato in scena nell’ultima puntata di “Non è l’Arena”.

“Quando nasce il governo Salvimaio – racconta Travaglio -, voci di stampa parlano di Di Matteo al Dap o in un altro ruolo apicale del ministero della Giustizia. E fanno impazzire i boss (che evidentemente preferivano le precedenti gestioni). Il 3 giugno il corpo speciale della polizia penitenziaria (Gom) sente alcuni di loro inveire contro l’arrivo del pm anti-Trattativa. E il 9 giugno annota quelle frasi in una relazione al Guardasigilli e ai pm. Il 18 giugno, già sapendo quel che dicono i boss, Bonafede fede chiama Di Matteo per proporgli l’equivalente della direzione Affari penali (che già era stata di Falcone con Martelli) o il Dap”. Il “19 giugno – prosegue Travaglio – Di Matteo incontra Bonafede è da un ok di massima per gli ex-Affari penali (questa almeno è l’impressione del ministro): ruolo che il Guardasigilli s’impegna a liberare riorganizzando il ministero e ritiene più consono alla storia di Di Matteo, oltreché alla sua esigenza di averlo accanto per le leggi anti-mafia/corruzione che ha in mente (all’epoca il problema scarcerazioni non era all’ordine del giorno). Il pm invece ritiene l’incontro solo interlocutorio. Bonafede offre il Dap a Basentini, ma in serata Di Matteo lo chiama chiedendo un nuovo incontro. E lì, il 20 giugno, gli dice di preferire il Dap e di non essere disponibile per l’altro incarico, forse per aver saputo anche lui delle frasi dei boss”.

Bonafede “insiste per gli ex-Affari penali – conclude Travaglio -, imbarazzato perché il Dap l’ha già affidato al suo collega. Invano. Il 27 giugno il Fatto pubblica le frasi dei boss: a quel punto, come osserva Lillo sul Fatto, Bonafede potrebbe accantonare Basentini e richiamare Di Matteo per dare un segnale ai mafiosi; ma, per non mancare alla parola data, non lo fa”.

In un altro passaggio del suo editoriale, Travaglio sostiene che “l’ipotesi che la contrarietà dei mafiosi” abbia influenzato Bonafede “è smentita dalla successione dei fatti, oltre che dalla logica: chi vuole compiacere i boss non offre a Di Matteo il posto di Falcone, ucciso proprio per il ruolo di suggeritore di Martelli agli Affari penali, non al Dap”. “Ma Di Matteo – prosegue Travaglio – si convince, memore dei mille ostacoli incontrati nella sua carriera, che “qualcuno” sia intervenuto sul ministro per bloccarlo. Intanto Bonafede continua a sperare di portarlo con sé. Ma ormai il rapporto personale è compromesso, anche se poi Di Matteo non manca di sostenere le riforme di Bonafede (voto di scambio, spazzacorrotti, blocca-prescrizione ecc.) e la recente nomina a vice capo del Dap del suo “allievo” Roberto Tartaglia, giovane pm del processo Trattativa”. Un’altra “mossa che a tutto può far pensare, fuorché a un gentile omaggio a Cosa nostra”

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