Chiudere una scuola significa incatenare il futuro

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Era immaginabile che ciò accadesse, per la semplice ragione che chi avrebbe dovuto e potuto, non ha previsto in tempo ciò che puntualmente sta avvenendo. Ha ragione il professor Crisanti a proporre un fermo durante le vacanze di Natale: non interromperebbe l’anno scolastico e farebbe diminuire i contatti in un periodo altrimenti critico, ma ci vorrebbe coraggio a vietare con altrettanta autorevolezza le imminenti attività natalizie proprio a Napoli dove decine di migliaia di persone, stipate nei vicoli del centro storico, cercheranno le statuine del presepe.

Nel frattempo, invece, si decide di lasciare che i giovani bivacchino tra una schermata di zoom o di skype, una chat e una videochiamata. I governatori che conoscevano il numero dei loro studenti non potevano forse utilizzare l’estate per predisporre spostamenti adeguati? Come mai i lavoratori che dovevano raccogliere i pomodori, le uve per il prosecco o le mele sono potuti andare a lavorare lo stesso ammassati in camion o in pullman scalcinati? Perché lavorare sì e studiare no?

Fa crescere di più il Pil una passata di pomodoro, uno spritz, uno strudel o la formazione delle prossime generazioni?

Chiudere una scuola significa incatenare il futuro. D’altra parte, chi pensa che uno sia uguale a uno non può essere interessato all’educazione, al merito, anzi detesta il talento e i luoghi dove viene allevato.

“Tutto ciò che è comodo è inutile” diceva il più grande velista di tutti i tempi, e chiudere quei cancelli è la cosa più comoda e insensata che un politico possa fare. Eppure un’aula scolastica è il baluardo che salva una civiltà.

Se certa classe dirigente continuerà a tollerare l’incompetenza, raccoglierà odio e violenza che, prima o poi, insorgeranno proprio contro ciò che quelle istituzioni rappresentano: le mafie si nutrono di ignoranza. Basterebbe un atto di umiltà e ricordare le parole di Daniel Pennac quando scriveva che “la scuola… ha salvato dai pregiudizi, dall’ottusità, dalla stupidità, dall’immobilità o dal fatalismo delle famiglie”.                                                                                                                                                     (Paolo Crepet – huffingtonpost.it)

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