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Copernicus, il Circolo polare artico è tornato a bruciare

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incen

A seguito degli incendi «senza precedenti» che si sono sviluppati lo scorso anno nel Circolo polare artico – quando il fumo provocato dalle fiamme arrivò a coprire un’area più grande dell’intera Unione europea – gli scienziati di Copernicus atmosphere monitoring service (Cams) stanno monitorando l’area a seguito del rilevamento di focolai attivi individuati grazie alle immagini satellitari.

In particolare, Cams – un servizio implementato dal Centro europeo per le previsioni metereologiche a medio termine per conto dell’Ue – sta valutando la possibilità di incendi “zombie” già esistenti nell’Artico, ipotesi che – data l’assenza di misurazioni sul suolo – non è ancora stata confermata.

«I dati climatici evidenziano che le regioni del Circolo polare artico più colpite da incendi nel 2019 erano caratterizzate da superfici calde e asciutte, un ambiente ideale per lo sviluppo e la persistenza di incendi», spiega da Cams lo scienziato esperto di incendi Mark Parrington: segnali che incendi “zombie” possano essersi riattivati nel Circolo polare artico sono fonte di preoccupazione, soprattutto a seguito degli incendi senza precedenti che hanno colpito la regione lo scorso anno, rilasciando nell’atmosfera circa 50 megatoni di anidride carbonica solo nel mese di giugno 2019: l’equivalente delle emissioni annuali totali della Svezia.

Al momento le recenti osservazioni mostrano segni di focali d’incendio “abbastanza tipici” per questa regione che, secondo le stime climatologiche del periodo 2003-2019, si prevede aumenteranno nelle prossime settimane. Il rischio di incendi può essere aggravato però da condizioni climatiche insolitamente calde e secche – e nei mesi di marzo e di aprile di quest’anno in Europa sono state registrate temperature record.

«Abbiamo notato dalle immagini satellitari fonti di calore anomale che mostrano come incendi “zombie” potrebbero essersi riaccesi, ma è un’ipotesi – sottolinea Parrington – che non è ancora stata confermata da misurazioni sul suolo. Le anomalie sono abbastanza diffuse nelle zone bruciate nel corso dell’estate scorsa. Se le analisi lo confermeranno, in determinate condizioni ambientali, potremmo assistere ad un effetto cumulativo degli incendi sviluppatisi nell’Artico lo scorso anno e che si potranno sviluppare nuovamente anche la prossima stagione, portando ancora una volta ad incendi su larga scala e a lungo termine in tutta la regione».

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