CORONAVIRUS E CASE DI RIPOSO

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LOMBARDIA
“Bergamo, la Regione vietò la serrata alle case di riposo”
A fine febbraio – Per il Pirellone i centri diurni per gli anziani dovevano restare aperti, pena la perdita dell’accreditamento. Dopo 7 giorni, il dietrofront. Ma intanto i decessi salivano.
di Natascia Ronchetti
– Alla fine di febbraio, l’Associazione delle case di riposo del Bergamasco (Acrb) chiese all’azienda sanitaria di Bergamo, l’Ats, di chiudere le residenze sanitarie assistenziali di città e provincia. Alcune – come la Casa Ospitale Aresi, a Brignano Gera D’Adda – avevano già chiuso il centro diurno: le aveva guidate la prudenza, la paura di fronte all’avanzata dei contagi. Eppure, alla richiesta dell’associazione la Regione Lombardia oppose un netto rifiuto: le case di riposo dovevano restare aperte. Un ordine impartito all’azienda sanitaria, che si era fatta da tramite dopo aver raccolto l’appello di Acrb.

Solo dopo più di un settimana, e a contagio ormai sfuggito, sarebbe arrivato il dietrofront, con una circolare che invitava i vertici delle Rsa a valutare la necessità di sbarrare gli accessi a chiunque provenisse dall’esterno. Intanto, però, il virus si era già insinuato tra gli anziani delle case di riposo. In assenza del tampone, non è dato sapere quanti ne abbia effettivamente uccisi. Ma è un fatto che nei primi venti giorni di marzo si siano contati oltre 600 decessi tra gli ospiti delle residenze nella sola provincia di Bergamo. Se guardiamo all’intero mese di marzo – secondo Cesare Maffeis, medico e presidente di Acrb – sarebbero più di 820 le vittime. Circa il 15-20% degli ospiti che le Rsa del Bergamasco complessivamente accolgono (5.500 anziani). O meglio, accoglievano. “Quando ci siamo rivolti all’Ats per far presente che non si poteva controllare l’accesso dei parenti, anche ai centri diurni, con gravi rischi, l’azienda sanitaria ha subito interpellato la Regione, che però ha risposto di no, che non si poteva chiudere”, dice Maffeis: “Una sottovalutazione del pericolo di contagio”. “Nessuno a Milano si è reso conto della portata di quanto stava accadendo a Bergamo: un uragano. Così abbiamo tutti obbedito”, prosegue Maffeis. “Solo dopo una settimana c’è stato il contrordine. Forse quello che è successo qui non era prevedibile. Ma la Regione avrebbe anche potuto chiudere tutto, senza tergiversare”.

Invece no. Il 23 febbraio, due giorni dopo lo scoppio del “caso Mattia” a Codogno, la casa di riposo Aresi aveva deciso di sbarrare il proprio centro diurno su disposizione del direttore sanitario, preoccupato dall’evolversi dell’epidemia. “Ma l’Ats ha mandato una lettera a tutte le strutture – ricorda Marco Ferraro, presidente della Aresi – disponendo che rimanessimo aperti fino a nuove disposizioni della Regione”. È così che il centro viene riaperto. Ed è proprio qui, a Brignano Gera D’Adda, che arriva anche una ispezione dell’azienda sanitaria. “Ci hanno detto che potevamo anche essere accusati di interruzione di servizio pubblico, con conseguente revoca dell’accreditamento – dice Ferraro – ci hanno fatto un verbale. Così siamo rimasti aperti fino alla fine della prima settimana di marzo, quando ci è stato detto che avevamo la possibilità di chiudere. Una disposizione tardiva…”.

Alla Casa ospitale di Aresi, in fondo, è andata meglio di altre strutture: due anziani del centro diurno risultati positivi, quattro decessi di cui non si conoscono le cause (perché non sono stati eseguiti i tamponi) e un ospite della Rsa stroncato dal virus. Altrove, è andata molto peggio. “Tutte le strutture della Bergamasca hanno avuto tanti decessi e alcune – prosegue Ferraro – si ritrovano anche con trenta posti liberi”. E dire che, come raccontato dal Fatto, la Regione Lombardia sta indirizzando proprio verso le Rsa e gli hospice parte dei pazienti Covid che vengono dimessi dagli ospedali perché “clinicamente guariti”, ovvero senza più sintomi, ma con una possibile carica virale ancora attiva, dato che non vengono sottoposti al tampone.

A Bergamo, l’azienda sanitaria si limita a dire: abbiamo obbedito. “Applichiamo la programmazione regionale”, spiega il direttore sanitario Giuseppe Matozzo. Ma la Regione si è rivelata impreparata anche per Paola Ferrari, legale della Federazione medici di medicina generale: “C’è stata una sottovalutazione della pandemia e una mancata predisposizione di misure di sicurezza minime, sia per il personale sanitario che per i medici di base”. Senza contare, aggiunge Ferrari, che proprio nelle Rsa “tante persone sono morte senza che quei decessi siano stati registrati come vittime del coronavirus”.

Andrea Fiasconaro

 

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