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Derivato di Gian Maria Gros-Pietro (Presidente di Intesa Sanpaolo)

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beppe ghisolfi

Tratto da “ Lessico Finanziario “ di Beppe Ghisolfi – ARAGNO Editore

Un contratto derivato presuppone un sottostante, di solito con riferimento a una transazione di tipo non derivato. Un esempio di transazione non derivata può essere l’acquisto di lana grezza in balle da parte di una filatura, che la usa come materia prima. Il prezzo della lana è tuttavia soggetto ad oscillazione sui mercati mondiali per effetto di variazioni della domanda e dell’offerta. Può quindi accadere che durante il tempo richiesto dal ciclo di lavorazione (dall’acquisto del grezzo alla vendita del filato) il prezzo mondiale della lana cali, determinando anche un calo immediato del prezzo di mercato del filato, che potrebbe addirittura scendere sotto quello che il filatore ha pagato per la lana grezza. Si potrebbe trattare di un rischio rovinoso, che può essere evitato ricorrendo a uno strumento finanziario simile ad una assicurazione denominato derivato. Può assumere diverse forme, ma in sostanza è un contratto che, mediante il pagamento di un modesto “premio”, fissa un prezzo certo del filato a una data determinata. In questo caso il derivato si dice “di copertura” perché ha lo scopo di proteggere la transazione sottostante, cioè il ciclo produttivo del filatore. Il contraente (l’assicurato) si carica di un costo certo, ma piccolo, per coprirsi da un rischio, di solito poco probabile, ma con conseguenze per lui eccessivamente gravose. È un contratto efficiente perché trasferisce il rischio sulle spalle più solide di un grande operatore finanziario che assume moltissimi rischi, anche di segno opposto (per esempio il derivato stipulato da un tessitore, che si copre contro un aumento imprevisto del prezzo del filato) e che quindi può contenere il rischio e gestirlo a un costo conveniente per il cliente. Possiamo perciò dire che il derivato di copertura è un contratto socialmente vantaggioso, se trasferisce il rischio sul soggetto che lo affronta nel modo più efficiente. Lo è a condizione che i prezzi di mercato siano concorrenziali e che il contratto copra correttamente il rischio del contraente. Alcuni derivati, detti “collar”, coprono solo le variazioni di prezzo che cadono entro un determinato intervallo (collare), quello ritenuto ragionevolmente probabile dai contraenti; il collar costa meno perché esclude gli eventi estremi, ed è quindi più efficiente se nessun evento estremo accade. Anche un semplice derivato di copertura comporta dei rischi: se per esempio il nostro filatore è stato troppo pessimista, e in realtà il prezzo della lana e dei filati è salito anziché scendere, lui non ne potrà godere per i contratti coperti dal derivato, perché il loro prezzo è fissato. Potrebbe quindi trovarsi in difficoltà, perché incasserà meno dei suoi concorrenti. Un caso reale: molte compagnie aeree coprono con derivati (cioè, fissano) il prezzo del carburante, sul quale non hanno nessun controllo e che costituisce una componente rilevante del loro costo/chilometro. Quelle che lo hanno fatto prima del crollo del prezzo del petrolio hanno perso opportunità di guadagno rispetto a quelle che non si erano coperte, le quali non solo hanno risparmiato il “premio”, ma hanno potuto volare pagando meno il carburante.
Il derivato sopra descritto appartiene alla categoria dei cosiddetti “plain vanilla”, contratti semplici usati soprattutto per proteggersi dai rischi derivanti dalle oscillazioni di prezzi, cambi, tassi di interesse. I derivati pos- sono tuttavia essere utilizzati anche per finalità speculative. Ad esempio, uno speculatore “A” pensa che il prezzo del petrolio salirà più di quanto il mercato prevede: perciò acquista petrolio a sei mesi a un prezzo fissato oggi, che sarà pari al prezzo previsto dal mercato per quella scadenza più un piccolo premio. Non intende ritirare il petrolio, non saprebbe che farsene; peraltro nemmeno la sua controparte sarebbe in grado di consegnarglielo, perché sono entrambi speculatori puri. Alla scadenza, il derivato speculativo si chiuderà con il pagamento della differenza tra il prezzo prefissato e quello che sarà in quel momento il prezzo del mercato “fisico” (dove viene scambiata materialmente la materia prima). Se il prezzo del fisico sarà più alto di quello prefissato, lo speculatore “A” incasserà la differenza, se sarà inferiore dovrà lui pagare la controparte. In questo contratto, in cui la merce non si ritira, non c’è bisogno di pagarne il prezzo, basta pagare il premio, che è molto più piccolo. Con la somma che servirebbe per comprare una tonnellata di petrolio si può stipulare un derivato speculativo su centinaia di tonnellate e quindi, a parità di capitale investito, guadagnare centinaia di volte di più; oppure, perdere centinaia di volte di più. Pertanto i derivati speculativi sono utilizzati da professionisti finanziariamente solidi e dai nervi saldi; anche perché, dato l’effetto moltiplicativo che i derivati consentono, non è escluso che ci si trovi di fronte a controparti divenute improvvisamente insolventi. La complessità di questi strumenti può essere elevata: mediante un contratto derivato ben articolato, o una combinazione di derivati, un operatore può modificare sostanzialmente la propria posizione apparente. Per esempio, apparire, ed essere, azionista di una società quotata, ma non essere esposto all’andamento delle sue azioni, perché se ne sono neutralizzati gli effetti con un derivato; o viceversa. I derivati, speculativi e non, consentono una dilatazione esponenziale del mercato: una stima del loro ammontare li valuta pari a circa otto volte il PIL mondiale. Da un lato essi danno luogo a mercati molto più liquidi e profondi (la facilità di trovare ogni tipo di controparte è un potente motore di sviluppo), e forniscono strumenti utili agli operatori (il filatore si concentra su ciò che sa fare bene e si sbarazza dei rischi che non sa gestire). Dall’altro, contengono rischi latenti di insolvenza, anche sistemica, e possono diventare strumenti di manipolazione dei prezzi da parte di operatori senza scrupoli, anche perché la maggior parte delle transazioni avviene su mercati non regolati (denominati over the counter).

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