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Gianroberto Casaleggio questo scriveva in “Veni, vidi, web”

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casaleggio

Testo che tanti dovrebbero leggere:
“Aziende–manicomi, senza relazioni tra le persone che ne fanno parte, con regole assurde, con ambienti spersonalizzanti.
Nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Jack Nicholson interpreta Patrick McMurphy, un ribelle condannato per reati minori che si finge pazzo per evitare la prigione ed essere ricoverato in una clinica psichiatrica.
La maggior parte dei pazienti della clinica è stata abbandonata dalla famiglia, pochi sono realmente pazzi. Tutti, senza distinzione, devono seguire regole molto rigide che li privano della loro individualità. McMurphy cerca di reagire e di dare coscienza di sé ai ricoverati.
Nel mondo claustrofobico in cui vivono, i pazienti sono incoraggiati a spiarsi, a comportarsi da delatori. Non esiste privacy: docce, sale e dormitori sono in comune. I “Gruppi di Terapia” con i medici sono simili ai processi sovietici degli anni ‘30, dove ai condannati era richiesta la confessione pubblica di delitti non commessi prima della condanna a morte.
La clinica è dominata dalla paura, e il potere risiede in un’unica persona: la dottoressa Ratched, interpretata dall’attrice Louise Fletcher.
Nel tentativo di salvare dall’oblio i suoi compagni, McMurphy condanna sé stesso alla lobotomia.
Il film, ispirato all’omonima novella di Ken Kesey, è una metafora applicabile a qualsiasi contesto umano, dalla scuola alle aziende.
Molte domande nascono da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: Le aziende sono manicomi? Chi deve dettare le regole in azienda? Il conformismo paga? È giusto ribellarsi a regole senza senso? Il Capo è decisivo? Le persone sono autorizzate a disobbedire di fronte a un ordine sbagliato? Il libero pensiero è un valore?
Sì, alcune aziende sono manicomi, senza relazioni tra le persone che ne fanno parte, con regole assurde, spesso applicate solo perché sedimentate nel tempo, con ambienti spersonalizzanti.
Vi sarà capitato di percorrere almeno una volta corridoi lunghissimi con tutte le porte chiuse e provare un senso d’angoscia, di lavorare osservati dal superiore gerarchico attraverso un vetro oppure immersi nel rumore di traffico urbano in open space da incubo.
Con la Rete, l’individuo acquista visibilità e una nuova centralità in azienda. L’informazione può essere condivisa da tutti e, di conseguenza, le decisioni devono essere trasparenti e motivate a qualunque livello. La Rete rende antistorica e un po’ ridicola la figura del Capo decisore assoluto. Le regole devono essere dettate dalla comunità aziendale.
Gli amministratori delegati sono spesso figure mistiche insediate all’ultimo piano (ne conoscete uno che stia al primo?). I loro uffici, come le barche per i Vip, definiscono l’importanza gerarchica. L’ego al potere.
Alcune riviste di economia sorpassano ormai quelle di costume nel culto della personalità effimera. Manager fotografati di tre quarti, di profilo, seduti in poltrona con aria determinata, in piedi con lo sguardo serio di chi vede lontano, l’orologio sul polsino, la cornetta del telefono in mano (ma devono sempre telefonare mentre li fotografano?), le braccia incrociate e il piglio del Duce che fu, la giacca tenuta con una mano dietro alle spalle con fare giovanile.
Per i media, il resto dell’azienda sembra non esistere: cosa produce, con che criteri, le persone che ne fanno parte sono notizie accessorie, marginali.
Partecipo a una conferenza a cui sono stato invitato. Parlano alcuni importanti dirigenti di aziende italiane, non dell’argomento in programma, ma di sé stessi, dei loro successi, di come loro, con l’aiuto (aiuto strettamente in minuscolo) di una squadra di manager, hanno cambiato in meglio l’azienda. Non parlano delle organizzazioni in cui operano, delle persone che ne determinano il successo. Mi viene la nausea.
Esistono aziende in profondo rosso con persone licenziate a migliaia e manager ricchi come Re Mida, società che perdono valore industriale nel tempo mentre i dirigenti si arricchiscono.
Una moderna teoria economica dei vasi comunicanti, con un vero e proprio trasferimento di valore.
Il conformismo è un vantaggio? Si sa, gli “yes man”, o altrimenti chiamati in termini più volgari, di solito fanno carriera e i McMurphy una brutta fine. Ma i conformisti non servono all’azienda, al massimo sono utili all’ambizione di chi li dirige.
L’illogicità della burocrazia va combattuta e non subita.
Il comando senza leadership riconosciuta non serve.
Certo, gli ordini sono eseguiti, ma nel tempo più lungo possibile, senza partecipazione o contributi individuali.
L’azienda in Rete è aperta, il pensiero individuale è il suo presupposto e la chiave dello sviluppo.”.

 

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