Gotor: il terrorismo in Italia, una pagina ancora non chiusa

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Gotor

La trattoria “Da Gianni” si trova più o meno di fronte al Castello di Matilde di Canossa. Colline alte di Reggio Emilia, nel territorio di Costafferrata di Casina. Lungo la strada provinciale l’unica insegna era quella di Pecorile e allora quanto avvenne da lunedì 17 a sabato 22 agosto del 1970 è passato alla storia come il convegno di Pecorile, nel corso del quale i rappresentanti di gruppi da Reggio Emilia, Torino, Genova e Trento votarono la scelta della lotta armata. Protagonisti Renato Curcio, Mara Cagol e Alberto Franceschini, erano nate le Brigate Rosse. Fino allo scioglimento decretato 17 anni dopo da Curcio e Moretti, 128 persone uccise, 911 dell’organizzazione inquisiti, circa 300 nelle strutture collegate.

«Cinquant’anni eppure sembra passato oltre un secolo», risponde Miguel Gotor, storico all’Università di Torino, tra i più attenti studiosi del fenomeno in Italia. «Credo sia doveroso un giudizio storico. Le Br sono state un soggetto politico che ha scelto di praticare la lotta armata, facendo parte di una costellazione di centinaia di altre sigle rispetto alle quali è riuscita a conquistare una posizione egemone dal sequestro di Aldo Moro in poi».

Chi sono i convegnisti di Pecorile?

«Sono giovani donne e uomini figli più del loro tempo che dei loro padri. Di conseguenza sono dentro un’ondata rivoluzionaria che ha segnato – e questo è un paradosso – il tramonto del marxismo-leninismo come ideologia politica, un tramonto che ebbe l’energia di farsi scambiare per una nuova alba. Pensano anche di dover reagire al ciclo di stragi di matrice neo-fascista del periodo 1969-1974 impugnando le armi, anche se ciò significò cadere nella provocazione ordita dagli strateghi della tensione».

Lei ha più volte criticato il canone interpretativo dell’album di famiglia, avanzato da Rossana Rossanda il 28 marzo 1978 su “Il Manifesto”. Eppure nel nucleo fondativo delle Br c’erano ex del Pci e della Fgci, da Franceschini a Gallinari.

«Oggi sappiamo che le Br, che hanno le loro radici nella storia politica e sociale italiana, originavano da una pluralità di culture e di esperienze in cui hanno svolto un ruolo rilevante anche la componente cattolica e soprattutto quella movimentista, operaista e terzomondista più legata al mito di Che Guevara e dei guerriglieri Tupamaros che non a quello di Stalingrado e dell’Urss. In realtà, la componente comunista italiana era presente soprattutto nel gruppo di Reggio Emilia, in cui erano ancora forti delle suggestioni di tipo secchiano di matrice anti-togliattiana prima e anti-berlingueriana poi. La Rossanda era ben consapevole di ciò ma si servì del totem dello stalinismo e del gioco di sponda con la destra che era facile prevedere quella suggestiva formula avrebbe provocato, per provare a nascondere la realtà di quei legami con la cosiddetta “nuova sinistra” che erano assai ramificati e condizionanti».

Non le sembra, in ogni caso, che il Pci abbia incontrato difficoltà nel capire nel profondo che cosa fosse il terrorismo rosso?

«Ci possono essere stati ritardi, ma non credo frutto di incomprensione, anzi. Non penso, cioè, che il Pci abbia avuto difficoltà a capire il fenomeno, almeno dal 1974 in poi. Lo capiva, ma era radicalmente contrario a quella prospettiva di lotta armata e, nel contrastarla frontalmente, ha svolto una funzione fondamentale per la tenuta democratica del Paese. Sotto questo profilo ci sono state maggiori responsabilità, ritardi e ambiguità da parte di alcuni settori del sindacato e di una parte dei socialisti e dei democristiani che, almeno fino al delitto Moro, hanno vagheggiato di potere calvare la tigre in funzione anti-Pci».

L’operazione Moro segna un cambiamento nella direzione delle Br con interferenze e strumentalizzazioni esterne?

«La strumentalizzazione delle Br ha inizio da subito anche se non condivido le teorie autoassolutorie di quanti le considerano un soggetto eterodiretto dall’esterno o dei marziani scesi sul pianeta Italia. Ricordo di avere visto un documento in Commissione Moro in cui tutti i partecipanti a una delle prime riunioni ancora non clandestine delle Br furono schedati dai servizi, numero di targa della macchina compreso. Con una battuta: l’antiterrorismo nasce prima del terrorismo, o, per meglio dire, è come la storia dell’uovo e della gallina. Del resto, sarebbe un po’ ingenuo pretendere di praticare la lotta armata senza che ci siano dall’altra parte reazioni d’infiltrazione, condizionamento e interferenze. Mi pare inevitabile. Peraltro, se si leggono i comunicati delle Br, i loro principali nemici erano “Berlinguer e i berlingueriani” e, ovviamente, ciò poteva fare comodo a tanti a livello nazionale e internazionale. Bastava lasciar fare».

Numerosi esponenti delle Br hanno intrapreso un percorso di riconsiderazione globale del loro agire, di riappacificazione e di incontro con i familiari delle vittime. Che giudizio ne dà?

«Senz’altro positivo perché credo fermamente nella funzione rieducativa della pena. Ritengo però che vada capito anche l’atteggiamento di quanti non se a sono sentita di affrontare un simile percorso di riconciliazione e continuano a pensarsi come sconfitti. Bisogna riuscire a comprendere e a rispettare anche il loro silenzio».

Il terrorismo in Italia costituisce una pagina chiusa?

«In quelle forme completamente novecentesche, condizionate dal clima della Guerra fredda, direi di sì. In forme nuove e diverse penso di no, anche perché il terrorismo è uno strumento di lotta politica asimmetrica ineliminabile».

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