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I gay e il Papa

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Come accade spesso, ancora una volta Papa Francesco fa discutere la comunità umana, religiosa e non, di fronte a concetti che sono sempre esistiti, nel Vangelo, e mai del tutto comunicati alla comunità dei fedeli, da parte di Santa Madre Chiesa.

Mi riferisco a ciò che emerge da questo articolo, e che concerne la posizione di Sua Santità rispetto alle unioni civili di persone omosessuali.

Ho sempre dichiarato di non essere d’accordo sull’idea di famiglia nel caso di unioni omosessuali, perché con il termine, famiglia, intendiamo un tale universo di significati precisi, tradizionali, storici e religiosi, tutti inclusivi, che è meglio continuare ad utilizzarlo in riferimento a questi significati. Sono sempre stato d’accordo, invece, su uno Stato che tutelasse qualsiasi altro tipo di unione civile, omosessuale ed eterosessuale, che non volesse partecipare a quella classe culturale di significato che ha la famiglia.

Le unioni civili non sono famiglia, nel senso cattolico del termine, ossia non rappresentano coppie di persone che hanno contratto il sacramento del matrimonio, come lo intendono coloro che si credono e si professano cristiani.

Sulla base di questo presupposto, che mi sembra chiaro, evidente e lampante, non possiamo certo discutere rispetto a ciò che si legge nel Vangelo, e mi riferisco ai credenti, nel senso che le espressioni esistenziali del Cristo non sono mai state emarginanti, se non rispetto a comportamenti dichiaratamente malevoli ed inumani. Nel Vangelo si legge che è immondo ciò che esce dalla bocca dell’Uomo (Mt. 15,11), mentre è mondo ciò che vi entra. Direi che sarebbe il caso, prima di esprimere qualsiasi giudizio, meditare proprio su questa concezione che oggi, diremmo noi, ha a che fare con i nostri output ed input.

Per una persona che crede nel Vecchio e Nuovo Testamento, come nel mio caso, siamo tutti figli di Dio, e nessuno di noi ha espressamente e coscientemente chiesto di venire al mondo. Non abbiamo scelto i nostri genitori, la classe sociale della famiglia nella quale vivremo, la geografia nella quale nasceremo e cresceremo, e nemmeno il tempo storico nel quale esisteremo. Insomma: siamo qui, su questa terra, per scoprire quello che crediamo di essere, in un cambiamento continuo, senza sosta e senza posa. Siamo qui nolenti, e dobbiamo trovare, volenti, il motivo per cui vivere, affrontando tutti i problemi e gli inconvenienti dolorosi che la vita ci pone. L’unica ricetta antropologicamente valida e l’unica medicina che abbiamo, naturalmente e coscientemente a nostra disposizione, è l’amore, grazie al quale tutto si cum prende.

Ecco perché sono d’accordo, e completamente, in quello che dice il Pontefice a questo proposito.

Ed è stato anche chiaro, niente affatto ambiguo, secondo me.                                                                     Alessandro Bertirotti

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