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Il carcere non sia un buttare la chiave, ma occasione di rieducazione

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ferri

Partecipo sempre volentieri ad eventi in cui si promuove il superamento della visione del carcere come mero luogo di “accumulo” di persone che la vita ha portato su strade sbagliate e che ora scontano – giustamente – la pena prevista dalla legge.

Il carcere infatti deve essere un luogo di rieducazione e recupero del reo, un periodo in cui il condannato sia incentivato e spinto a rielaborare le sue azioni, a comprenderne le apparenti ragioni, così come le vie alternative che sarebbero state da preferirsi.

Ho voluto quindi essere presente alla cerimonia per la seconda edizione del premio “Le Ali della Libertà” promosso dall’Associazione Isola Solidale, andato a Francesco Argentieri, detenuto presso il carcere di Rossano Calabro. Il concorso, che ha ottenuto la medaglia di rappresentanza dal Presidente della Repubblica, ha premiato la tesi in sociologia di Francesco dal titolo: “La sfera pubblica: il carcere come progetto sociale“.

In altre parole si è trattato di un’occasione per ribadire che il superamento della teoria retributiva della pena, non solo è necessario e giusto, ma è anche quello che porta a maggiori risultati positivi per tutte le parti in causa: la società in primis, il condannato poi e, anche se a volte in misura fisiologicamente minore, la vittima.

A chi infatti gioverebbe la ricaduta nel circolo vizioso del crimine di un ex-detenuto che in carcere è solo stato represso nelle sue libertà, rafforzando le sue pulsioni negative? Il pericolo di recidiva, ovvero della reiterazione del medesimo reato, è sempre dietro l’angolo, specialmente – i dati ci dicono – quando l’esperienza carceraria viene vissuta esclusivamente come una mera repressione e poco come rieducazione.

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