Il coronavirus tra appelli, insulti e querele. È caos tra gli esperti

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burioni

Il virus è più “buono” o no? Le misure precauzionali sono ancora utili o un orpello superfluo e ansiogeno? Gli asintomatici possono infettare? E la seconda ondata, in autunno, ci sarà? Le domande che tutti gli italiani si pongono sono al centro di una disfida dialettica tra esperti che non ha precedenti nella storia italiana.

Tra appelli e manifesti contrapposti, risposte piccate al limite dell’insulto, persino querele, il mondo scientifico è nel caos, in balia di un sistema mediatico che dà la fama, certo, ma rischia di stritolare. E così, mentre gli esperti “ufficiali”, cioè i componenti del Comitato tecnico-scientifico, non fanno conferenze stampa da un mese, scegliendo di uscire dal tritacarne e parlare solo con i report emessi periodicamente, gli altri “virologi”, che in realtà coprono numerose branche della medicina (dall’infettivologia alla pneumologia alla rianimazione) si sono divisi nettamente.
Il documento dei 10 scienziati

L’ultima querelle riguarda il documento firmato da 10 scienziati, esponenti tra i più in vista del fronte “degli ottimisti”, che in questa inedita disfida tra scienziati premono per un ritorno alla piena normalità. Da Matteo Bassetti a Massimo Clementi, da Giorgio Palù allo stesso Alberto Zangrillo, che per primo gettò il sasso nello stagno parlando di “virus clinicamente morto”.

Documento in cui si ribadisce che “il ricorso all’ospedalizzazione per sintomi ascrivibili all’infezione virale è un fenomeno ormai raro e relativo a pazienti asintomatici o paucisintomatici. Le evidenze virologiche, in totale parallelismo, hanno mostrato un costante incremento di casi con bassa o molto bassa carica virale”.
Le posizioni di Massimo Galli e Andrea Crisanti

Una presa di posizione che ha scatenato nuove polemiche: molto dura in particolare la posizione di Massimo Galli, direttore del reparto Malattie Infettive all’ospedale Sacco di Milano, che ieri sera a ‘Cartabianca’ su Raitre non ha usato giri di parole: “I miei illustri colleghi si sono improvvisati una competenza su virus e epidemia, venendo magari da fantastici curricula da altri campi. Io non mi metto a fare l’oncologo o il nefrologo, non mi metto a fare altri mestieri in termini di valutazioni di elementi e di esperienza, santo cielo”.

Nei giorni scorsi anche Andrea Crisanti, il virologo artefice dell’ottima gestione dell’epidemia da parte del Veneto, ha ribadito che il Covid non è affatto scomparso, come dimostrano i recenti focolai in Germania. La polemica, come sempre, è serpeggiata sui social, con lo stesso Bassetti, Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Genova, che su Facebook ha replicato a un utente che postava proprio le parole di Galli: “Se il tempo che molti hanno passato a terrorizzare la gente lo avessero speso a fare i dottori avrebbero salvato molte vite. Soprattutto in Lombardia”.
Il caso Burioni – Le Iene

Accuse durissime tra colleghi, ormai supportati, è il caso di dirlo, da migliaia di follower che a loro volta si scagliano una fazione contro l’altra. C’è poi il caso di Roberto Burioni, virologo tra i più celebri già nell’era “pre-Covid”, che dopo alcuni servizi delle Iene su suoi presunti conflitti d’interesse ha annunciato oggi la querela.
Ottimisti e prudentisti

Tra gli “ottimisti” c’è Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto Mario Negri, la cui intervista nei giorni scorsi al Corriere della Sera ha fatto scalpore: “I nuovi positivi non sono contagiosi, stop alla paura”. Sulla base però, come spesso avviene nella “disfida” tra esperti, senza ancora il conforto delle pubblicazioni scientifiche.

Della posizione “prudentista” è Enrico Bucci, microbiologo che insegna alla Temple University di Philadelphia, che oltre a ribadire che “non sembra di vedere per ora particolari miglioramenti del “carattere” del virus” condivide sui social la riflessione del farmacologo Gaetano De Chiara proprio su quello che sta succedendo nel mondo della scienza: “Non solo è diventata consuetudine in ambito biomedico la pubblicazione preliminare di lavori non ancora sottoposti a peer review, ma i risultati di tali lavori vengono anche diffusi dai media. Tuttavia, l’influenza della ricerca sulle decisioni politiche, più che mai evidente nel corso della pandemia, comporta anche maggiori responsabilità e la necessità, per tutti gli attori dell’informazione e della comunicazione scientifica, di tenere alta la guardia del rigore scientifico”.

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