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Il nemico non è il nuovo DPCM, ma il virus

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esercito

Ieri, scrivendo un post riguardo al sostegno che il PD vuole dare ai lavoratori della cultura e dello spettacolo, ho ricevuto comprensibili critiche da parte dei protagonisti di questi settori. Comprendo la rabbia e lo sconforto, comprendo anche la difficoltà nel non accettare queste misure, a fronte di dati che raccontano una percentuale di contagi diretti bassissima in cinema, teatri, sale da concerti. Nelle call e nelle telefonate di queste ore mi è stato fatto notare lo stesso, quasi fosse un provvedimento punitivo quello messo a punto dal Governo.

Il tema è però un altro e vorrei chiarirlo qui, con molta sincerità, la stessa che mi porta a dire che non trovo coerente chi siede ai tavoli decisionali e poi pubblicamente accarezza le legittime frustrazioni di alcuni, valga per questi o altri settori colpiti dall’ultimo DPCM. Non si può essere “di lotta e di Governo” in un momento in cui è invece necessaria l’unità delle Istituzioni, tutte. La lotteria dei distinguo ha già fatto molto male in un recente passato.

Io, così come credo chiunque all’interno del mio Partito, non avrei mai voluto che i luoghi maggiormente rappresentativi dell’essenza di questo Paese venissero chiusi. Il primato dell’arte, della cultura, ci è riconosciuto a livello globale. Non è esclusivamente bellezza, ma conoscenza e, per tantissimi, impiego, lavoro, sostentamento. Un’impresa che coinvolge migliaia di persone, con contratti fra i più disparati, con un unico grande denominatore: lo studio e la passione per quello che si fa.
La musica ha accompagnato la mia crescita fin da bambino, quando flauto dolce e flauto traverso erano il motivo delle mie giornate ed è stata a lungo, in parte, anche la mia professione. So cosa significa il sacrificio, l’impegno e il sudore per raggiungere risultati e so cosa può significare quando manca una parte centrale del proprio obiettivo: l’esposizione della propria arte. La convivialità è cardine di questi elementi culturali, ma la convivialità, ora, è anche il maggior nemico che abbiamo nella lotta al Coronavirus. E non si esprime unicamente nel luogo in cui si verifica, ma nei nostri comportamenti quotidiani, nel mezzo con cui raggiungerli, negli spostamenti che ne seguono, negli ingressi, nelle uscite, negli incontri.

Capi di Stato e di Governo, anche di altri Paesi, in Europa e nel mondo, hanno chiarito in modo efficace il punto focale della discussione: ora è il momento di stare a casa ed evitare contatti fuori dal nucleo familiare. Il più possibile. Di evitare movimenti se non per le esigenze indifferibili, siano esse l’approvvigionamento, o la giornata lavorativa, per molti diventato smart working, proprio perché anche recarsi in un luogo di lavoro può essere fonte di contagio. Alleggerire il più possibile i mezzi di trasporto è la priorità. Evitare che le terapie intensive si riempiano nuovamente pure. Arrivare alle code negli ospedali significherebbe non poter più garantire il servizio sanitario globale: qualsiasi prestazione, anche la più urgente o grave, rischierebbe di non poter essere svolta, questo è bene chiarirlo con nettezza. Il nemico, perciò, non è il DPCM, ma il virus e la pandemia che lo provoca.

La soluzione non è un appello per nascondere la testa sotto la sabbia, ma evitare che chi trae il suo sostentamento quotidiano dai momenti che ora devono essere fermati rimanga solo, senza aiuti.

E in questo c’è l’impegno del Partito Democratico: fare tutto il possibile perché i sostegni arrivino in fretta e siano congrui rispetto all’impossibilità di avere una fonte di reddito. Vale per chi è costretto a chiudere ora ma, permettetemi di dirlo, anche per chi è chiuso da mesi, per le sale da ballo, per i festival che non si sono potuti svolgere, per i club che hanno visto fermarsi le tournée. Perché è lavoro, guai a pensare che lo spettacolo sia banalmente “divertimento”, ma dobbiamo ammettere, prima di tutto a noi stessi, che con 20.000 contagi al giorno, le terapie intensive che si riempiono nuovamente e i morti che salgono, non si possa avere la stessa situazione di “libertà” di cui ci eravamo riappropriati qualche mese fa. È lapalissiano.
Tutti gli sforzi devono essere volti a far calare drasticamente la curva, riportare la situazione sotto controllo, rendere nuovamente possibile un tracciamento. E, con il Decreto che verrà approvato in queste ore, dare risorse a chi si ferma, dal mondo della cultura a quello della ristorazione, fino allo sport. Farlo velocemente, perché la rabbia c’è e non va sottovaluta, va compresa nelle legittime proteste, condannando chi vuole trasformare l’insofferenza di alcuni in una guerriglia, ma usando parole di sincerità verso chi si è visto chiudere e vuole tornare ad aprire appena sarà possibile.
In un momento così difficile per il nostro Paese è vitale, lo ribadisco, stare uniti. Rispettare le regole per fermare i contagi. Mantenere un dialogo costante con chi soffre.

Ieri qualcuno mi ha detto che difendo l’indifendibile. No, non credo. Penso che chi ha deciso di fare politica non debba mai nascondersi, anche se questo comporta qualche ragionevole espressione di contrarietà. Sarebbe più semplice distinguersi, lo so bene, fare post “acchiappa like”, ma non penso proprio che si combatta così una crisi economica grave, dovuta a una terribile malattia che imperversa nel mondo intero. Non sarebbe serio. Almeno dal mio umile punto di vista.

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