In Emilia-Romagna si profila l’anatra zoppa

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In Emilia-Romagna si vota il 26 gennaio e pare sia diventata l’Ohio italiana. Se vince il centrodestra, a Zingaretti non converrà più tenere in piedi il governo, se vince il centrosinistra è probabile che il Conte bis prosegua ancora per un po’.

L’Emilia è la regione-rossa per eccellenza, dove da cinquant’anni regna indisturbato il centrosinistra, quindi se per la prima volta nella storia il centrodestra se la gioca alla pari con gli ex stalinisti è già un qualcosa. Fino a pochi anni fa era semplicemente impensabile. Fatto sta che dal risultato dell’Emilia sarà importante per destino del governo nazionale.

L’ago della bilancia potrebbe farlo il M5S, che correrà da solo per riprendersi un minimo di indipendenza politica dal Pd. Senza quei voti la coalizione di centrosinistra potrebbe rompere all’ultimo metro come un trottatore che si imbriglia a galoppo. Ma il dato di fatto saliente è che il 26 gennaio a vincere potrebbero essere sia il centrosinistra che il centrodestra, senza perdenti né vincitori effettivi. Ci spieghiamo meglio.

Il sistema elettorale regionale prevede un sistema maggioritario ( con premio di maggioranza), a turno unico e con voto disgiunto. In pratica, il candidato presidente che ottiene la maggioranza relativa dei voti si becca la presidenza della Giunta regionale e la maggioranza assoluta in Consiglio regionale (27 seggi su 50). Si dice, in questi casi, che il candidato Presidente vincente “si tira dietro” il Consiglio. Sostanzialmente il medesimo sistema regionale vigente in quasi tutte le Regioni.

Quindi l’attribuzione del premio di maggioranza va alla coalizione di liste che sostiene il candidato presidente che ha ottenuto più voti (è sufficiente la maggioranza relativa) rispetto ai candidati presidenti avversari. Ma questo vale solo se nessuna lista o coalizione di liste ottiene, da sola, il 50% più uno dei voti. In questo caso nessuno potrebbe togliere seggi a nessuno, né regalarli ad altri col premio di maggioranza.

Questo vuol dire che in Emilia-Romagna può davvero accadere di tutto. Stefano Bonaccini, il candidato presidente uscente del Pd che ha tolto il Pd dai suoi manifesti elettorali, potrebbe spuntarla contro Lucia Bergonzoni, candidata del centrodestra, ma la coalizione di centrodestra potrebbe a sua volta superare la fatidica soglia della metà più uno dei consensi come voti di lista. In tal caso nessuno potrebbe togliere al centrodestra la maggioranza assoluta dei seggi in Consiglio regionale perché ottenuti nelle urne.

Se Bergonzoni, per via del voto disgiunto, prendesse meno voti di Bonaccini, avremmo una situazione paradossale: Bonaccini presidente di Giunta ma con una maggioranza di centrodestra nel Consiglio regionale (realisticamente 26 seggi su 50). In pratica una vittoria di Salvini, che terrebbe per le palle il presidente del Pd facendolo cadere quando vuole se non porta a compimento quantomeno una parte del programma di centrodestra. Una sorta di “anatra zoppa”, come solitamente si chiama una situazione di questo tipo a livello comunale. Una coabitazione forzata Bonaccini-centrodestra.

Questo scenario è reso possibile dal ruolo sporco che sta giocando il M5S. Presentandosi da soli, i pentastellati – per evitare di consegnare l’Emilia ad una candidata che è diretta espressione di Salvini – stanno già lavorando al pacco: chiedere al proprio elettorato di fare voto disgiunto, cioè votare M5S come lista (e quindi i rispettivi candidati al Consiglio regionale), mentre barrare Bonaccini come candidato presidente. Insomma, la partita è aperta e potrebbe finire con un pareggio. Mentre in Calabria dove si vota lo stesso giorno tutto è ancora in alto mare. Ma non esistono italiani di serie B e i calabresi non dimenticheranno il trattamento che il centrodestra sta loro riservando                                                 di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

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