Iraq, cosa è successo e cosa sta succedendo

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L’Iraq, l’antica Mesopotamia culla dell’agricoltura e di evolute civiltà antiche – dai Sumeri ai Babilonesi – con la sua capitale Baghdad un tempo centro intellettuale più importante dell’intero mondo islamico, da decenni è sinonimo di guerra e petrolio. Dopo la partizione dell’Impero Ottomano, inglesi e americani mettono le mani sull’oro nero iracheno. Ma l’egemonia petrolifera anglo-americana nel Paese viene progressivamente ridimensionata con la progressiva nazionalizzazione del petrolio attuata negli anni ’60 e ’70 dai regimi nazionalisti e socialisti iracheni filo-sovietici.

A riportare le ‘Sette Sorelle’ in Iraq ci pensa Saddam Hussein, salito al potere nel 1979 con un colpo di Stato sostenuto da Washington, che usa il dittatore laico iracheno anche per muovere guerra al nuovo nemico iraniano appena liberatosi dal dominio filo-occidentale dello Scià, poiché gli Stati Uniti temono l’espandersi della rivoluzione islamica degli ayatollah. “E’ un bastardo, ma è il nostro bastardo”, dice di Saddam l’allora inviato di Reagan, Donald Rumsfeld. L’Italia di Craxi diventa in quegli anni di guerra uno dei principali fornitori di armi di Saddam.

Al termine del lunghissimo conflitto con l’Iran – che dal 1980 al 1988 causa almeno un milione di morti, senza contare lo sterminio dei curdi gasati da Saddam – l’Iraq è un Paese distrutto e il regime di Saddam è al collasso e pieno di debiti. Tra i principali creditori c’è il ricco emirato del Kuwait: per azzerare il debito, nel 1990 Saddam decide di invaderlo e annetterlo. Washington approfitta della debolezza e del passo falso del suo ex alleato per attaccare l’Iraq.

La prima ‘Guerra del Golfo’ (operazione Desert Storm) dura solo 42 giorni, durante i quali la colazione internazionale guidata dagli USA di Bush il Vecchio scarica sull’Iraq più bombe di quelle lanciate in tutta la Seconda Guerra Mondiale. Partecipa anche l’Italia dell’ultimo Andreotti, inviando soldati, navi e cacciabombardieri (abbattuti dagli iracheni, che catturano anche alcuni nostri piloti). Saddam non viene rovesciato ma il Paese, distrutto, viene sottoposto a un embargo durissimo che colpisce la popolazione civile causando almeno un milione di morti in tredici anni.

Nel 2000 Saddam sfida gli Stati Uniti iniziando a vendere il suo petrolio in euro invece che in dollari, con gravi ripercussioni economiche sulla valuta americana. Anche per questo nel 2003 Bush il Giovane decide di chiudere la partita aperta da suo padre dodici anni prima, attaccando l’Iraq di Saddam, accusato – falsamente – di legami con Al-Qaeda e di possedere armi di distruzioni di massa. La Seconda Guerra del Golfo porta stavolta alla caduta del Raìs (che viene impiccato), ma gli iracheni lanciano una sanguinosa guerriglia di resistenza contro le forze d’occupazione (anche italiane, con i 19 morti di Nassiriya) che prosegue con gravi episodi (le torture di Abu Ghraib e i massacri di civili) fino al 2011, con il ritiro americano deciso da Obama.

Negli anni che seguono, l’Iraq, dilaniato dalla guerra e da sanguinosi scontri tra sciiti (al potere a Baghdad con il sostegno USA) e sunniti (protagonisti della resistenza e politicamente emarginati), viene contagiato dalla guerra civile siriana. Nel 2014 i miliziani sunniti dello Stato Islamico basato in Siria invadono e occupano il nord dell’Iraq e parte del Kurdistan iracheno con il supporto dei sunniti iracheni, conquistando Mosul e Tikrit e minacciando Baghdad.

Di fronte alla rapida avanzata dell’ISIS, che nelle aree occupate instaura un regime di terrore, Obama decide di tornare in Iraq con una nuova coalizione internazionale a sostegno delle forze irachene e curde. Aderisce anche l’Italia: nel 2014 il governo Renzi invia mezzi aerei supporto della guerra contro lo Stato Islamico, truppe a protezione della diga di Mosul e addestratori militari. In tutto quasi 1.500 uomini, che scendono a meno di mille dopo la liberazione di Mosul (2017). Una presenza militare importante a fronte della crescente rilevanza dell’Iraq per la sicurezza energetica italiana (l’Iraq soddisfa da solo 1/5 del nostro fabbisogno di petrolio), soprattutto dopo lo stop dell’import dall’Iran per le sanzioni USA.

Sconfitto militarmente l’ISIS nel 2017 – grazie soprattutto ai guerriglieri curdi e alle milizie sciite filo-iraniane – le forze straniere rimangono in Iraq per continuare a supportare le forze di sicurezza irachene, mentre a Baghdad si rafforza l’influenza politica e militare di Teheran. Alla fine del 2019 il crescente malcontento popolare contro la corruzione del governo filo-iraniano di Adel Abdul-Mahdi sfocia in proteste che vengono violentemente represse (oltre 500 morti) per mano della polizia e delle milizie sciite.

A fine 2019, in rappresaglia a un attacco di matrice incerta contro una base USA nel nord dell’Iraq, Trump ordina il bombardamento delle basi della milizia sciita Kataib Hezbollah (25 morti), che per protesta, il giorno di capodanno, con il consenso del governo iracheno, penetra nella Zona Verde di Baghdad e assedia l’ambasciata USA. Il 3 gennaio Trump ordina un attacco aereo in cui rimane ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani (comandante delle forze Al-Quds dei Pasdaran, determinante nella sconfitta dell’ISIS in Iraq) insieme al comandante di Kataib Hezbollah. Per rappresaglia, l’Iran lancia un attacco missilistico dimostrativo contro le principali basi americani in Iraq, dove si trovano anche soldati italiani – tutti illesi.

Il 5 gennaio il parlamento iracheno a maggioranza sciita filo-iraniana chiede il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Iraq e il premier dimissionario Adel Abdul-Mahdi invia formale comunicazione a Washington, che risponde minacciando il blocco di aiuti e forniture militari e il congelamento dei fondi governativi iracheni depositati presso la Federal Reserve (miliardi di dollari), che creerebbe il collasso immediato dello Stato iracheno. Così facendo, le truppe USA – e con loro anche le nostre – rischiano di venire percepite dagli iracheni non più come alleate ma di nuovo come occupanti. Il 1 febbraio il Presidente iracheno Barham Salih nomina il nuovo premier Mohammed Allawi, anche lui intenzionato a perseguire il ritiro delle truppe straniere dall’Iraq.

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