LA MORTE DEL CETO MEDIO

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Secondo il Centro studi di Unimpresa, attualmente, in Italia, il prelievo fiscale sui professionisti e le piccole e medie imprese è al 64% del fatturato.

Una partita Iva che fattura 50.000 euro l’anno, versa all’erario 33.200 euro, il profitto netto è di 1.483 al mese. Procede senza sosta, ormai da quarant’anni, il processo di distruzione della rete delle piccole e medie aziende, la dorsale del sistema produttivo italiano, che tutto il mondo ci invidiava.

Un modello che andava messo fuori mercato, affinché le nostre imprese potessero essere facilmente acquistate da gruppi stranieri, com’è avvenuto, con la complicità della classe dirigente italiana, per la quale nel mercato globale c’è posto solo per grandi gruppi e multinazionali.

L’azienda familiare, invece, per la nostra élite, rappresentava “l’Italietta”, riusciva a sopravvivere solo grazie alle “svalutazioni” ed all’evasione fiscale, quindi, in nome della modernità, andava tolta di mezzo.

Le conseguenze di questa politica scellerata sono state drammatiche non solo sul piano economico e sociale, ma anche politico, perché quei piccoli e medi imprenditori costretti a fallire o a sopravvivere tra tante difficoltà formavano la gran parte del ceto medio, cioè la colonna portante della democrazia. Senza il ceto medio, lo scontro politico si fa radicale, mettendo a dura prova la tenuta di qualsiasi sistema democratico.
Per quale ragione nelle ex colonie nordamericane si è imposta la democrazia ed in quelle sudamericane si alternano governi golpisti ed altri eletti dal popolo? Perché nelle seconde, purtroppo, sopravvive il latifondismo, il retaggio del colonialismo feudale spagnolo e portoghese, la proprietà è concentrata in una ristretta fascia sociale, la società è piagata da gravi diseguaglianze, in poche parole, manca il ceto medio. Lo stesso è avvenuto in Africa, la decolonizzazione non ha creato un ampio ceto medio, la cultura della democrazia ha trovato un terreno arido, dove non poteva attecchire.

Avrete notato che, negli ultimi anni, in Italia, il conflitto politico è andato facendosi sempre più radicale, ora sta accadendo anche in Francia. Per gli economisti, il punto di rottura nella vita d’uno Stato è quello in cui il debito pubblico diventa insostenibile.

No, il debito pubblico è sempre sostenibile. Il punto di rottura è quello in cui la piccola e la media borghesia capiscono che non hanno più niente da perdere. E quando si arriva a questo il confronto politico diventa una guerra per bande.
nota di Mauro Ammirati

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