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Mafiosi in libertà, adesso il governo inizia a cedere

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carcere

Cambia il governo e cambia pure la posizione dell’Avvocatura dello Stato, che apre a un ammorbidimento della norma che impedisce ai mafiosi condannati all’ergastolo di ottenere la libertà condizionata dopo 26 anni di carcere, se non collaborano con la giustizia. Ieri, davanti alla Corte costituzionale, l’Avvocatura dello Stato, a sorpresa, fa un’apertura anche se lascia il classico cerino acceso in mano alla Consulta. Dice no alla richiesta della Cassazione di dichiarare incostituzionale quella norma appena spiegata, ma aggiunge che la Corte potrebbe interpretarla nel senso di dare discrezionalità al giudice competente. “Il giudice di Sorveglianza – ha detto l’avvocato dello Stato Ettore Figliolia – deve verificare in concreto le ragioni che non consentono di realizzare una condotta collaborativa”. Un concetto che mutua una sentenza della Corte costituzionale del 2019, quando presidente era proprio la neo ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha dichiarato incostituzionale la stessa norma ora in discussione, ma con riferimento ai soli permessi premio.

La Corte, però, nel 2019, relatore come ora Nicolò Zanon, ha comunque messo dei paletti che il giudice di Sorveglianza deve seguire per poter spingersi a fare concessioni a un mafioso ergastolano non pentito. Allora, però, con l’ex governo e l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’Avvocatura dello Stato si era pronunciata contro qualsiasi apertura. Ora il cambio di passo: mentre inizialmente aveva chiesto l’inammissibilità o l’infondatezza della questione di costituzionalità sollevata dalla Cassazione, adesso invita a una cosiddetta sentenza interpretativa di rigetto, chiedendo che ci sia una certa discrezionalità del giudice di Sorveglianza, anche alla luce non solo della sentenza della Corte, ma anche di quella della Cedu di Strasburgo, di pochi mesi prima, critica verso l’Italia. Ed ecco che suggerisce pure la linea: “Il governo ritiene che ci sia la possibilità di praticare un’esegesi maggiormente corrispondente alla ratio della norma, assicurando uno spazio discrezionale al magistrato, in termini di verificare in concreto le motivazioni su quella mancata collaborazione che è condizione per ottenere il beneficio”. La Cassazione si è rivolta alla Corte costituzionale per il caso del mafioso siciliano Salvatore Francesco Pezzino: difeso dall’avvocata Giovanna Araniti, ha chiesto la libertà condizionata senza aver mai collaborato.

Esprime grande preoccupazione il pm antimafia Nino Di Matteo, ora consigliere del Csm, che ci dice: “Poco alla volta, nel silenzio generale, si stanno realizzando alcuni degli obiettivi principali della campagna stragista del 1992-1994 con lo smantellamento del sistema complessivo di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone”. Lo stesso Di Matteo, ieri, al plenum del Csm, ha evidenziato delle criticità sull’organizzazione della Procura europea e la ministra Cartabia, presente al plenum, presieduto da Sergio Mattarella, ha assicurato che le valuterà. “Dobbiamo evitare – ha detto Di Matteo – che il suo avvio rappresenti in concreto nel nostro Paese un depotenziamento dell’altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall’attribuzione in via esclusiva alle competenze” dei magistrati italiani. Il plenum ha votato il parere a favore della Procura europea con la sola astensione di Di Matteo e dei laici della Lega, Stefano Cavanna ed Emanuele Basile.                             di Antonella Mascali

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