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‘Ndrangheta, la prima volta di un capo sconfitto che vuole collaborare

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legge

Nicolino Grande Aracri ha deciso di collaborare con la giustizia e sta parlando con i magistrati. È un’ottima notizia che giunge del tutto inattesa. È la prima volta che un capo di una famiglia della ‘ndrangheta decide di collaborare. Prima i collaboratori di giustizia della ‘ndrangheta, molto pochi rispetto a mafia e camorra, non erano mai stati dei capi ma, seppure importanti, erano stati sempre dei gregari.
La struttura indebolita dopo il processo Aemilia

Perché ha deciso di collaborare? Perché, forse, è un capo sconfitto, condannato all’ergastolo dal quale cerca di uscire collaborando e sperando prima o poi di uscire e di godersi soldi che la magistratura non ha fatto in tempo a confiscare. Non è un capobastone paragonabile a quelli di una volta, nemmeno a quell’Antonio Dragone, che era il suo capo e che ha dovuto uccidere per comandare sulla ‘ndrina. Dragone il carcere se l’è fatto tutto, come un vecchio capomafia, scontando per intero la sua pena e non collaborando mai con i magistrati. Altri tempi, altri uomini, verrebbe da dire.
Questa sottolineatura serve per inquadrare in tutta la sua importanza il personaggio, e per valutare i profondi cambiamenti intervenuti nella ‘ndrangheta negli ultimi dieci anni da quando, dopo l’operazione Crimine-Infinito che ha portato all’arresto di 300 mafiosi tra Milano e Reggio Calabria, la magistratura calabrese ha individuato l’unitarietà della mafia calabrese e la sua pericolosità sul piano nazionale ed internazionale. Da allora ad oggi è stato un crescendo di attività investigative che hanno indebolito pesantemente la struttura mafiosa non solo in Calabria ma anche in altre regioni del Nord, a partire dall’Emilia-Romagna dove Grande Aracri aveva costituito il suo punto di forza a Reggio Emilia come ha dimostrato il processo Aemilia che è andato a sentenza in primo grado.
Il filo che lega Calabria e Nord

La collaborazione del capobastone calabrese va inquadrata in questo contesto se si vuole comprendere cos’è successo e cosa lo ha spinto a collaborare. Era ambizioso, Grande Aracri, pensava persino di agire in modo autonomo rispetto ai capi residenti a Reggio Calabria, come già aveva fatto a Milano Carmelo Novella che, volendo fare il “leghista” della ‘ndrangheta e separare la ‘ndrangheta della Lombardia dal crimine calabrese, era stato ucciso. Nessuno dei due ha compreso che il comando unitario che risiede a Reggio Calabria non può essere messo in discussione da nessuno e per nessunissima ragione.
Non sta mai fermo. Lo troviamo in Calabria, a Reggio Emilia, in Belgio, in Germania, in Svizzera. Alloggia a Brescello dove abitano suoi parenti stretti, poi, per ragioni sentimentali, a Sarmato in provincia di Piacenza. La località piacentina è un punto di riferimento importante oltre che per motivi sentimentali anche per il fatto che da lì sono facilmente raggiungibili le province di Reggio Emilia, Parma e Cremona ove risiedono uomini di sua fiducia. E così costruisce una rete che si estende in Lombardia e nel Veneto con interessi in vari settori economici arricchendosi in modo impressionante per come è ricostruito dai magistrati. A Reggio Emilia, alcune ditte edili erano diventate una sorta di bancomat per i mafiosi e a Bologna aveva rapporti con il mondo finanziario.
mafia omicidioUn colpo serio all’organizzazione mafiosa

Cosa può succedere adesso non è facile a dirsi. Certo, è un duro colpo per la ‘ndrangheta. È un colpo alla sua immagine e al suo prestigio. Adesso toccherà vedere fino a che punto è disposto a spingersi nelle dichiarazioni accusatorie, gli scenari che può aprire, quali personaggi del mondo politico, imprenditoriale e dei colletti bianchi è in grado di coinvolgere.
Certo, se vuole essere credibile deve aggiungere molto di più di quello che non è emerso durante i processi calabresi ed emiliani. E le cose che può dire sono tante. Bisogna attendere con pazienza e leggere attentamente per valutare la portata e l’importanza della collaborazione. Mi pare abbastanza chiaro che questa vicenda faccia emergere la fragilità della ‘ndrangheta e nello stesso tempo è la spia di una faglia molto seria che si è aperta.                                                                   Di Enzo Ciconte

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