Noi italiani siamo fatti così

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Noi italiani siamo fatti così: periodicamente innalziamo un determinato uomo sull’altare della politica e, con un misto di sentimento e timore reverenziale, lo acclamiamo come il salvatore delle nostre sorti. La nostra devozione lo riempie di certezze, legittima sia il potere tipico della sua carica sia l’utilizzo degli strumenti politici e giuridici per agire.
Per agire, sì. Qualunque sia la sua direzione.
Perché noi non diciamo “sì” al programma che quell’uomo politico redige prima dell’inizio della campagna elettorale. Noi diciamo “sì” alle misure, interne al programma, che quell’uomo sceglie come simboli identificatavi e giustificativi della sua presenza in Parlamento e, possibilmente, nel Governo.
Aderendo a delle “pillole” programmatiche, gli italiani prestano la loro adesione a quel politico che, a sua volta, di quell’adesione si nutre a più non posso .
E poiché tutte le risorse energetiche, se troppo sfruttate, giungono fisiologicamente al termine, perché il consenso non si esaurisca occorre rimpinguarlo, farlo diventare quasi una necessità inderogabile per i cittadini.
Per raggiungere quest’obiettivo v’è un’unica strada: far sì che quelle pillole programmatiche migrino dal limbo di una mera idea politica ad esigenze da realizzare nella quotidianità.
Le singole proposte politiche devono diventare, per i cittadini aventi diritto al voto, necessità esistenziali da cui non si può prescindere.
Detto in soldoni, quel determinato politico ed il suo entourage debbono creare, nell’immaginario collettivo quale propria potenziale platea elettorale, un bisogno che prima non c’era ma, senza la soddisfazione del quale, ora non è più possibile continuare a vivere.
In questo meccanismo psicologico sottile, battente ed infiltrante, la comunicazione gioca un ruolo decisivo. La sovraesposizione mediatica di quel politico, dei suoi più stretti collaboratori, delle sue “misure –bandiera” sono l’onda che si infrange più e più volte, durante una stessa giornata, su milioni di amigdale umane recettive.
La reiterazione del messaggio crea il sorgere del nuovo bisogno, lo rafforza nella nostra parte emotiva mentre l’attività razionale elabora le ragioni oggettivamente giustificative di quel bisogno. L’effetto espansivo di questo processo raggiunge il massimo dell’efficacia in punto di consenso, allorchè i singoli individui si confrontano e nel fitto tessuto delle relazioni umane rafforzano quelle ragioni di adesione alle pillole programmatiche ed al personaggio politico che le propugna.
Così si costruisce un uomo politico forte: chiede ed ottiene consenso,vive di quel consenso, lo corrobora e ne fa pascolo per i suoi elettori.
Lui vive del feed back e del rebound dei bisogni insopprimibili che ci ha creato.
Solo così ci possiamo spiegare la sequela degli uomini forti e soli al comando che abbiamo avuto negli ultimi 25 anni ( non menziono Mussolini perché nella creazione della sua figura hanno concorso dinamiche dialettiche, politiche, istituzionali, sociali, comunicative ed emotive molto diverse da quelle attuali).
E così, in una retrospezione lunga 25 anni, la galleria elettorale ci offre almeno quattro uomini soli al comando.
Berlusconi, ( l’ “uomo forte” dei suoi successi e del suo carisma imprenditoriale alla “yes, we can” ) che nel marzo 1994 raccoglieva il consenso del 42,9 % degli italiani.
Toccato dalle prime indagini a suo carico ma non domo, Berlusconi rilanciava nel 2001 vincendo di nuovo le elezioni e ricoprendo la carica di Premier. Chi non ricorda la genialità dell’idea berlusconiana di proporre agli italiani ed in diretta tv, un contratto di Governo? E quanto impatto ha avuto sulla sensibilità degli italiani (che negli occhi avevano ancora le immagini di Tangentopoli) vedere un candidato premier firmare quel contratto?
Da quel momento in poi, Berlusconi avrebbe potuto cantare la “Teresina” chè nulla sarebbe cambiato: gli italiani gli avevano firmato una delega in bianco e proprio quella delega è stato l’argomento fondante dell’azione di governo da parte di Berlusconi.
Gli italiani volevano il suo programma, gli italiani volevano lui.
Poi il tempo passa, le vicende giudiziarie e personali oscurano la stella del “nostro” e gli italiani avranno bisogno di un altro uomo forte.
Dovranno attendere un po’ e cioè sino all’avvento di una figura messianica proveniente da Rignano sull’Arno: Matteo Renzi
d615opo alcune fortunate esperienze politiche locali, Renzi lancia l’idea della rottamazione della classe dirigente del PD e, con doti da consumato anchorman, riesce nel suo intento; scala il PD, ne conquista la vetta e da Presidente del Consiglio dei Ministri si presenta alle Europee raggiungendo il 40% del consenso elettorale.
Ma il corpo elettorale è assai mutevole e la stella renziana brillerà ancora per poco tempo: all’orizzonte c’è un altro uomo forte.
Il riferimento è dapprima a Beppe Grillo quale fondatore e capo morale del M5S e poi al Capo politico dello stesso Movimento ovvero Luigi Di Maio. Questi raggiunge, nel corpo elettorale italiano, un grandissimo consenso mediatico in ragione di precise promesse: reddito di cittadinanza, stop al business dell’immigrazione, risarcimento danni per i risparmiatori truffati, una banca pubblica per gli investimenti, 17 miliardi di sostegno alle famiglie con figli, riduzione del rapporto debito pubblico/pil di 40 punti in dieci anni, superamento della buona scuola, etc..
Forte di tutto ciò, alle politiche del 2018 porta il M5S ad essere il primo partito d’Italia con il 32% dei votanti.
Di Maio si allea con Matteo Salvini nell’abbraccio dell’ormai famoso “contratto di governo gialloverde” e il Segretario della Lega non si lascia perdere l’occasione aurea di sedere nel Governo nonostante le consultazioni elettorali gli abbiano consegnato un piccolo 17%.
Sapientemente, sfodera tutto lo strumentario imparato nei suoi oltre venti anni di attività politica ai massimi livelli del proprio partito e rivestendo cariche pubbliche.
Uno strumentario di cui il M5S non dispone e contro cui non può alcunché.
E’ bastato, per il Ministro Salvini, continuare a far campagna elettorale in vista delle consultazioni europee del 2019 imponendo all’attenzione mediatica degli italiani quelli che erano già, sebbene sonnacchiosi, argomenti bandiera soffiati nelle orecchie popolari.
Ecco che la lotta per la redistribuzione dei migranti a livello europeo prende la forma tutta italiana dello slogan “porti chiusi” e “pugno di ferro” con il fenomeno migratorio. La promessa di abrogazione della legge Fornero si stempera nel suo superamento con l’adozione di “Quota 100”. La legittima difesa, già esistente, viene riformata in modo che la difesa sia “sempre” legittima e chi si è difeso sia esente da responsabilità civile.
La promessa di sforamento del 3% a livello europeo non è andata a buon fine, ma rimane sempre il cavallo di battaglia per la lotta leghista in Europa.
Il tutto in nome del Cuore Immacolato di Maria, dei Vangeli e del Rosario: sia mai che in Italia si possa azzardare qualcosa senza chiedere la benedizione divina.
In questo modo, il 26 maggio 2019 gli italiani delusi da Forza Italia, dal PD, dal M5S e catecheticamente confermati nelle misure realizzate a costo zero, consegnano a Matteo Salvini la palma dell’ “uomo solo al comando” con il 34% dei consensi elettorali: il loro “Capitano” ha adesso il favore popolare.
Questo excursus ci suggerisce, inevitabilmente, qualcosa.
Gli italiani hanno geneticamente bisogno di un solo ed unico uomo che li faccia sentire al sicuro, che, con la sua voce stentorea, comunichi l’idea di saper portare il peso dell’enorme delega (spesso in bianco) che gli italiani gli vogliono sottoscrivere. Sì perché…costi quel che costi, gli italiani non vogliono responsabilità e, dunque, sono ben felici di dare consenso a chi quel consenso lo brama per governare.
Ma, c’è un “ma”.
La delega in bianco, al pari del beneplacito, non è ad libitum.
Il corpo elettorale italiano vuole veder realizzate le cose che gli sono state promesse e non è più disposto ad aspettare i tempi che hanno caratterizzato la Prima Repubblica o il periodo berlusconiano.
No, gli italiani vogliono portare all’incasso il credito di fiducia entro pochissimo tempo dalla consultazione elettorale.
Con Renzi hanno atteso tre anni prima di cambiare orientamento, con Di Maio un solo anno.
Perciò, Salvini ha davanti un orizzonte temporale molto limitato per iniziare a governare e assumere tutte le misure che ha promesso, prima fra tutte, la riforma dei vincoli europei: ci ha detto che l’Europa è cattiva con l’Italia e va ridimensionata
Ebbene, vanno approvate velocemente tutte le misure garantite nella campagna del 2018: disinnesco delle clausola di salvaguardia dell’IVA, correzione del deficit strutturale dello 0,2% (e non dello 0,6% come ci chiede l’Europa), flat tax per i redditi sino a 50 mila euro.
Misure che, messe insieme, costano 49 miliardi di Euro e che, sicuramente, ci faranno sforare ancora il deficit.
Ma, nonostante questo rischio, vanno adottate, alla svelta.
Altrimenti, il corpo elettorale, spinto alla liquidità dai suoi stessi bisogni sarà pronto a migrare verso il primo nuovo uomo forte che si staglierà all’orizzonte.
Adesso occorre governare.
E, oggi, governare significa mantenere quel che si è promesso anche se la promessa è stata raccolta dal 34% del 57% degli aventi diritto al voto.
D’altro canto la democrazia è questa:vince chi ottiene la maggioranza di chi si esprime.
Tra qualche mese o tra qualche anno potrebbe non esserci una seconda occasione di governo e si dà il caso che il gotha delle divinità cattoliche è già stato interpellato. Difficile cercare ed ancor più trovare un bonus religioso migliore di questo.

Katia Bovani

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