Non migranti economici ma profughi climatici: una questione di stile (di vita)

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ambiente

Uno degli effetti dei cambiamenti climatici, oltre allo scioglimento dei ghiacci polari, è il processo di desertificazione di ampie aree del pianeta. Tra le zone più interessate ai processi di desertificazione c’è l’Africa sub-sahariana, da dove provengono la gran parte dei migranti che bussano alle porte dell’Europa. Un suolo desertificato, infatti, perde quasi completamente la propria biodiversità, perde la possibilità di essere coltivato e viene perciò abbandonato. Il degrado delle terre aride, semi-aride e sub-umide si manifesta con la diminuzione o la scomparsa della produttività e complessità biologica o economica delle terre coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive.

L’Organizzazione mondiale per le migrazioni ha definito il fenomeno come “persone o gruppi di persone che, principalmente perché colpiti negativamente dal cambiamento, improvviso o progressivo, nell’ambiente, sono costrette ad abbandonare le proprie case, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e che si spostano all’interno del proprio paese o all’estero”.

È il caso dei migranti provenienti da vari paesi del Sahel (Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan ed Eritrea), a sud del deserto del Sahara, che vengono considerati dall’Unione Europea come “migranti economici” ma la cui definizione non tiene conto delle attività poste in essere anche dagli altri paesi cosiddetti sviluppati, compresi quelli dell’Unione Europea. E’ proprio da questo lembo di terra che attualmente arriva il 90 per cento dei migranti che sbarcano in Italia.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: accanto alle migliaia di profughi politici che scappano dalle guerre e dai totalitarismi, ci sono i cosiddetti “profughi climatici” che scappano dalla fame. Fuggono dalla terra arida che non produce più cibo a sufficienza per sfamarli, da temperature sempre più alte e frequenti ondate di calore a cui umani e animali non riescono a far fronte.

Il riscaldamento climatico è strettamente legato al nostro stile di vita, alla deforestazione e alle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. Si potrebbe affermare che le migrazioni “climatiche” sono la diretta conseguenza dei comportamenti predatori del paesi occidentali nei confronti della natura. La questione ambientale, quindi, dovrebbe essere il “tema dei temi” anche per contenere il fenomeno migratorio ed invece resta ai margini della discussione politica, soprattutto in Italia. Non conviene parlare di queste cose, evidentemente, perché saremmo costretti a mettere in discussione il modo pazzoide in cui viviamo e sfruttiamo le risorse della Terra.

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