Oxford in pole position per il vaccino contro il Coronavirus

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vaccino

Oxford. A darne l’annuncio è stato il Ministro della Sanità britannico Matt Hancock sull’onda del caso Boris Johnson e del crescente numero di morti e contagi da nuovo coronavirus nel Paese: l’obiettivo del governo britannico è avere un vaccino pronto per l’autunno, per immunizzare con milioni di dosi il personale sanitario e le forze dell’ordine già a settembre. Per questo il ministro Hancock ha messo a disposizione degli scienziati di Oxford 20 milioni di sterline (24,5 milioni di dollari), oltre a un finanziamento aggiuntivo di 22,5 milioni di sterline per i ricercatori dell’Imperial College di Londra anch’essi impegnati nella sperimentazione di un altro prototipo di vaccino.

Mentre la maggior parte degli altri team mondiali di ricercatori deve ancora dimostrare la sicurezza dei loro prototipi procedendo con piccoli studi clinici su alcune centinaia di volontari, gli scienziati del Jenner Institute dell’Università di Oxford hanno il vantaggio di aver già dimostrato l’anno scorso la sicurezza di un analogo vaccino contro un coronavirus simile al Sars-Cov-2.

L’accelerazione del prototipo vaccinale dello Jenner Institute prevede ora l’inoculazione a più di 6.000 persone entro la fine del mese di maggio per dimostrare non solo che il vaccino è sicuro, ma anche che funziona, cioè conferisce immunità ai soggetti vaccinati rispetto ai non vaccinati.

Se la vaccinazione sui primi 6.000 volontari inoculati avrà successo l’auspicio è che le autorità di regolamentazione accelerino anch’esse con una procedura di autorizzazione legata all’emergenza in modo da poter avviare la produzione entro Settembre 2020 dei primi milioni di dosi, decisamente parecchi mesi in anticipo rispetto alle altre equipe mondiali in corsa per l’invenzione del rimedio contro il Covid-19.

Questo buon risultato è il frutto di una collaborazione all’interno della comunità scientifica: infatti sono stati altri scienziati – quelli del Rocky Mountain Laboratory del National Institutes of Health, nel Montana USA – a inoculare il mese scorso sei scimmie Macaco Rhesus con dosi singole del vaccino di Oxford. Il vaccino è anche frutto di una partnership anglo-italiana nato dalla collaborazione tra Advent-IRBM, una piccola azienda di bioingegneria di Pomezia, vicino a Roma. I Macachi Rhesus vaccinati nella sperimentazione americana sono stati successivamente esposti a grandi quantità del virus che sta causando la pandemia, esposizione che aveva costantemente fatto ammalare di Covid19 altre scimmie in laboratorio. “Ebbene dopo più di 28 giorni tutti e sei i Macachi erano sani” ha affermato Vincent Munster, il ricercatore che ha condotto il test.

“Il macaco Rhesus è praticamente la cosa più simile all’uomo che possiamo utilizzare”, ha detto il Dr. Munster, osservando però che serve perfezionare l’osservazione perchè l’immunità delle scimmie al virus non garantisce che un vaccino fornisca lo stesso grado di protezione per l’uomo, pertanto questi primi risultati sono già stati condivisi con altri ricercatori nella prima settimana di maggio e saranno pubblicati su accreditati giornali scientifici per una peer-review. Anche la società cinese SinoVac ha recentemente avviato la sua sperimentazione clinica su 144 candidati umani, dopo aver confermato che anche il suo vaccino è efficace nei macachi Rhesus.

Con questi risultati sulle scimmie e la partenza dei test clinici su vasta scala, il tentativo accelerato di Oxford sta emergendo come un leader nella corsa mondiale per battere il Covid19. “È un programma clinico molto, molto veloce”, si è complimentato Emilio Emini, direttore del programma vaccinale della Bill and Melinda Gates Foundation, che oltre ad Oxford sta fornendo supporto finanziario agli sforzi di svariati laboratori scientifici nel mondo, pur tra mille polemiche, come quelle portate avanti negli USA da Robert Kennedy Junior.

Quale potenziale vaccino emergerà da questa corsa contro il tempo e la pandemia non è dato sapere finchè non saranno disponibili i dati dei vari trials clinici. Comunque nessuno sforzo dei vari laboratori sarà inutile, perchè può rendersi necessario più di un tipo di vaccino, afferma Emini: alcuni tipi potrebbero dimostrarsi più efficaci e adatti in gruppi diversi della popolazione, come bambini o persone anziane, oppure a costi e dosaggi diversi. “Avere più di una varietà di vaccini in produzione – sostiene Emini – aiuterà anche a evitare strozzature della produzione nel tempo”.

E poi, dal momento che è la prima a raggiungere una così vasta scala, la sperimentazione di Oxford anche se non portasse al successo fornirà comunque novità scientifiche sulla natura del Sars-Cov-2 e sulle risposte del sistema immunitario utili a orientare in modo più consapevole governi, finanziatori, compagnie farmaceutiche e altri scienziati a caccia di un vaccino.

“Questo grande studio nel Regno Unito – afferma Emini – avrà profonde ripercussione sugli altri trial in corso nel mondo”. Tutti i vaccinologi dovranno affrontare le stesse sfide: ottenere finanziamenti per milioni di dollari, persuadere le autorità di regolamentazione ad approvare test umani di volta in volta sui vari prototipi, dimostrarne la sicurezza e finalmente – ultima tappa fondamentale – dimostrare l’efficacia reale del vaccino nel proteggere le persone dal coronavirus.

Ma la scienza costruisce i suoi faticosi risultati anche su grandi paradossi, sottolinea il professor Adrian Hill; il capo ricercatore di 62 anni che dal 2005 dirige il Jenner Institute suggerisce infatti come il crescente successo nel contenimento della diffusione di Covid-19 – multiforme e talora mortale malattia causata dal nuovo Coronavirus chiamato Sars-Cov-2 – potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo al progresso verso un vaccino. “Noi ricercatori del Jenner siamo le uniche persone nel Paese a desiderare che il numero di nuove infezioni rimanga attivo ancora per qualche altra settimana, in modo da poter testare il nostro vaccino” ha affermato Hill nell’intervista rilasciata “in solitaria” all’interno del laboratorio svuotato dal lockdown proclamato il 23 marzo in Gran Bretagna.

L’unico modo per dimostrare che un vaccino funziona è infatti quello di inoculare le persone in un luogo in cui il virus si sta diffondendo naturalmente attorno a loro. Ma se le misure di distanziamento sociale e di protezione rallentassero eccessivamente il tasso di nuove infezioni in Gran Bretagna, lo studio potrebbe non essere in grado di dimostrare che il vaccino fa la differenza fra chi si immunizza col vaccino e chi avendo ricevuto il placebo resta invece esposto ai danni da coronavirus: i volontari vaccinati col “placebo” invece del vaccino potrebbero cioè non infettarsi più frequentemente di quelli a cui è stato somministrato il vaccino. Allora gli scienziati dovrebbero riprovare altrove, un dilemma a cui si troverà davanti chiunque vuol cercare un vaccino.

Un antefatto lontano e curioso di questa epopea contro Covid-19 ci riporta a un’altra ricerca – per ora non coronata dal successo – del professor Adrian Hill. Come direttore di ricerca al Jenner Institute di Oxford sta sperimentando da vari anni un vaccino contro la malaria, il millenario flagello a cui nessuno ha potuto ancora porre rimedio e che nel 2018 ha colpito 228 milioni di persone e provocato 405.000 decessi nel mondo.

Il giovane Adrian Hill sviluppò la sua fascinazione per la malaria e le altre malattie tropicali come la talassemia quand’era studente di medicina al Trinity College di Dublino nei primi anni ’80, allorché si recò in Africa per visitare uno zio prete che lavorava in ospedale durante la guerra civile nell’attuale Zimbabwe. “Al mio ritorno in Irlanda mi son chiesto: cosa vedi in questi ospedali in Inghilterra e in Irlanda? Non hanno nessuna di queste malattie”. Dopo la formazione in medicina tropicale e un dottorato in genetica molecolare, il professor Hill ha lavorato e contribuito a fondare il Wellcome Trust Centre for Human Genetics di Oxford, guidando il gruppo per lo studio della suscettibilità su base genetica verso infezioni come Malaria, Tubercolosi e HIV. Sotto la sua guida Oxford si è dotata non solo di uno dei più grandi centri accademici di ricerca su vaccini senza scopo di lucro, ma anche di un autonomo impianto pilota di produzione di vaccini in grado di produrre un lotto fino a 1.000 dosi.

Mentre nei vaccini antivirali classici si utilizzava una versione indebolita dello stesso virus patogeno per innescare una risposta immunitaria (es. vaccini anti-poliomielite), nell’attuale tentativo del Jenner Institute contro il Sars-Cov-2 l’approccio per la produzione del vaccino è diverso: si utilizza una tecnologia incentrata sulla modifica del codice genetico di un virus familiare, che viene cioè modificato innanzitutto perchè non sia nocivo, e poi per imitare quello che gli scienziati stanno cercando di fermare. Iniettato nel corpo, l’“innocente impostore” può indurre il sistema immunitario a produrre linfociti e anticorpi specifici che neutralizzano, combattono e uccidono il virus bersaglio, fornendo protezione. Il professor Hill ha lavorato con questa tecnologia da decenni per cercare di modificare un virus respiratorio trovato negli scimpanzé al fine di suscitare una risposta immunitaria umana contro la malaria e altre malattie. Negli ultimi 20 anni, l’istituto ha condotto oltre 70 studi clinici su potenziali vaccini contro il parassita Plasmodium della Malaria. Ma la strada del successo con la malaria resta un obiettivo ancora lontano.

Nel 2014, tuttavia, un vaccino basato su un virus dello scimpanzé che il professor Hill aveva testato è stato prodotto su una scala sufficientemente ampia da fornire un milione di dosi. Ciò ha creato un modello per la produzione di massa del vaccino contro il coronavirus, qualora il prototipo in sperimentazione oggi risultasse efficace. Una allieva del dottor Hill e sua collega vaccinologa a Oxford, la professoressa Sarah Gilbert, 58 anni, negli anni scorsi aveva modificato lo stesso virus dello scimpanzé per creare un vaccino contro un altro coronavirus che ha colpito in un recente passato in Medioriente, quello responsabile della Mers: si tratta della Middle East respiratory syndrome, un’altra zoonosi pericolosa e spesso mortale, prodotta anch’essa da una specie di coronavirus che per spillover – cioè salto di specie dell’ospite preferenziale del virus – si è trasferita in tempi antichi dal pipistrello ai dromedari e da questi in tempi più recenti all’uomo.

Dopo la dimostrazione clinica in Gran Bretagna della sicurezza del vaccino della Gilbert, a dicembre 2019 si è cominciata a testarne l’efficacia (sempre con test clinici in doppio cieco) in Arabia Saudita, dove focolai epidemici di Mers si sono ripresentati negli ultimi anni. E quando nel gennaio scorso Sarah Gilbert ha appreso che gli scienziati cinesi avevano identificato il codice genetico di un misterioso virus a Wuhan, ha immediatamente pensato di cogliere l’opportunità di dimostrare la velocità e la versatilità dell’approccio dello Jenner Institute. “Abbiamo pensato: Beh, dovremmo provare? – ricorda la professoressa Gilbert – Sarà un piccolo progetto di laboratorio e ne pubblicheremo un articolo…”. Ma non è rimasto un piccolo progetto di laboratorio per molto tempo…

Man mano che la pandemia esplodeva, sono cominciate ad affluire allo Jenner donazioni in denaro da vari finanziatori: tutti gli altri vaccini furono presto messi nel congelatore in modo che il laboratorio potesse concentrarsi a tempo pieno su Covid-19. A quel punto eravamo già tutti chiusi in casa per il lockdown, ad eccezione dei lavoratori della sanità, dei servizi e dell’emergenza per la pandemia. “In tempi normali il mondo intero di solito non si alza e dice: ‘Possiamo darvi una mano? Volete dei soldi?’” scherza il professor Hill. “I vaccini sono buoni per le pandemie”, aggiunge, “e le pandemie sono buone per i vaccini”.

I donatori pubblici e privati stanno attualmente spendendo decine di milioni di dollari per avviare il processo di produzione presso le strutture in Gran Bretagna e Paesi Bassi perfino prima che il vaccino abbia dimostrato di funzionare: “Non c’è alternativa”, sostiene Sandy Douglas, il medico trentasettenne di Oxford supervisore alla produzione di vaccini.

“Personalmente non credo che in un momento di pandemia ci dovrebbero essere licenze esclusive di produzione”, ha affermato il professor Hill. “Quindi stiamo chiedendo a molti produttori nel mondo. Nessuno farà molti soldi con questo…”. La sperimentazione di un vaccino al Jenner Institute non è l’unica promettente: due società americane, Moderna e Inovio, hanno avviato piccoli trial clinici con tecnologie che coinvolgono materiale genetico modificato o altrimenti manipolato. La società Moderna, specializzata nell’utilizzo di RNA messaggero per la produzione del suo prototipo mRNA-1273 lo sta testando su 45 volontari al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute di Seattle. Entrambe le aziende stanno ancora cercando di dimostrare la sicurezza e di approfondire la questione del dosaggio e altre variabili. Per ora non hanno ancora ricevuto licenze né avviato produzioni su larga scala.

Anche la società cinese CanSino, ha avviato studi clinici in Cina utilizzando una tecnologia simile a quella dell’istituto di Oxford, ma non utilizza il coronavirus modificato che colpisce gli scimpanzé, come ha fatto Oxford, bensì un particolare ceppo dello stesso coronavirus Sars Cov2 responsabile dell’odierna pandemia. Ma nella fase attuale dimostrare l’efficacia del vaccino in Cina è diventato più difficile dal momento che il numero di infezioni da Covid19 lì è già precipitato numericamente.

Dunque in queste settimane, armati dei dati sulla sicurezza delle loro sperimentazioni cliniche sull’uomo di vaccini analoghi per Ebola, MERS e malaria, gli scienziati dell’istituto di Oxford sono già riusciti a convincere i regolatori britannici a consentire sperimentazioni sull’uomo insolitamente accelerate mentre l’epidemia è ancora calda intorno a loro e da una decina di giorni è iniziato un trial clinico di Fase I che ha coinvolto 1.100 persone. Cruciale sarà il mese prossimo con l’inizio di uno studio combinato di Fase II e Fase III che coinvolgerà altri 5.000 volontari. E qui sta la novità perché a differenza di qualsiasi altro progetto di vaccino del passato o attualmente in corso, tale sperimentazione in doppio cieco è progettata per dimostrare simultaneamente efficacia e sicurezza.

Allo Jenner potranno parlare di successo se una dozzina di volontari a cui viene somministrato il placebo si ammaleranno di COVID-19 rispetto a solo uno o due che si ammaleranno fra quelli a cui è stato inoculato il vero vaccino. “Allora faremo una festa e lo comunicheremo al mondo – ride il professor Hill – e vaccineremo immediatamente tutti i volontari che avevano ricevuto il solo placebo”.

A parte le battute, i primi risultati dall’Università di Oxford dovrebbero essere comunicati entro la metà di giugno, ha dichiarato alla radio della BBC sir John Bell, personaggio indiscusso della ricerca scientifica oxoniana, il canadese divenuto guru della genetica e immunologia applicata alla produzione di farmaci a Oxford ma anche uomo cerniera fra la ricerca di base e l’apparato industriale del Big Farma: uno che dopo essere stato in Roche e AstraZeneca siede ora nel board di Genentech e Atopix, dopo aver fondato aziende di biotecnologia come Oxagen, Avidex o Powderject, per citarne solo alcune.

“Per portarci avanti e assicurarci che il resto del mondo sia pronto a produrre questo vaccino su larga scala – ha annunciato Bell – il team di Oxford ha già scelto nei giorni scorsi il suo partner industriale che garantirà la produzione dei primi lotti di vaccino subito dopo la sua approvazione da parte dei regolatori”. Si tratta della biofarmaceutica globale con sede nel Regno Unito AstraZeneca che ha l’incarico di sviluppare e produrre questo vaccino su larga scala e nel contempo lavorerà con altri partner globali sulla distribuzione internazionale del vaccino, in particolare impegnandosi per renderlo disponibile e accessibile per i paesi a basso e medio reddito. “Entrambi i partner hanno concordato di operare senza fini di lucro per tutta la durata della pandemia di coronavirus, coprendo solo i costi di produzione e distribuzione”, afferma l’università inglese.

Altri scienziati sono dunque coinvolti nel progetto in una mezza dozzina di aziende produttrici di farmaci in Europa e in Asia per prepararsi a sfornare miliardi di dosi il più rapidamente possibile, se il vaccino verrà approvato. A nessuno sono stati concessi diritti esclusivi di marketing e uno è il gigante Serum Institute of India, il più grande fornitore al mondo di vaccini.

Ma la strada scientifica allo Jenner è ancora tutta in salita e se poi non si dovesse verificare una infezione differenziale significativa dei volontari vaccinati in Gran Bretagna, l’istituto sta pianificando altri trial là dove il coronavirus potrebbe ancora diffondersi, probabilmente in Africa o in India. “Dovremo inseguire l’epidemia”, dice il professor Hill. “Se starà ancora imperversando in alcuni stati, non è improbabile che finiremo per fare dei test clinici negli Stati Uniti a novembre”.    fonte                                                           https://www.lacittafutura.it/esteri/oxford-in-pole-position-per-il-vaccino-contro-il-coronavirus

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