Parliamo del PD

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rossi

Di come riformarlo perché cambi e non sia quel partito di gruppi di potere in lotta tra loro, di capi e capetti alla ricerca di poltrone, come ha denunciato il segretario Zingaretti.
Il PD sia il partito del lavoro, che si schiera a difesa degli oppressi, con i larghi strati popolari e del ceto medio, con gli intellettuali, e con tutti coloro che vogliono una società diversa più giusta, capace di promuovere la persona umana e di rispettare l’ambiente.
Ma per farlo, deve aprirsi alla società, farsi una organizzazione democratica che consenta agli iscritti e ai cittadini di partecipare sempre alle scelte importanti del partito e non solo quando c’è da nominare questo o quel leader questo o quel candidato.
Vi propongo di cominciare dalla lettura di questa introduzione di “Oltre i partiti”, anno 2011, di Goffredo Bettini.
Sono passati dieci anni ma non è stato fatto ancora nulla.
Di lì bisogna ripartire se vogliamo salvare il PD e la sinistra in Italia.
Ditemi cosa ne pensate.
“Quali sono i motivi per i quali i democratici hanno perso così tanto terreno e oggi possono anche crescere, ma non proporzionalmente al disfacimento dei loro avversari? Certamente c’è stata un’offensiva mondiale del pensiero ultraliberista che nel nostro paese ha trovato un formidabile interprete in Silvio Berlusconi. Queste si potrebbero definire le condizioni generali e oggettive. Ma ci sono anche responsabilità soggettive: la perdita di forza e credibilità della sinistra italiana, aggravatasi, senza soluzione di continuità, dopo il 1989. Per usare un’immagine psicanalitica, è come se il campo progressista avesse perduto, via via, le sue pulsioni autentiche, profonde, naturali, la consistenza del suo «sé», a favore di una «maschera» di comportamenti e linguaggi dettati dalle consuetudini, dalle esigenze e dai modelli imposti dallo sviluppo attuale della modernità. Diventando, così come succede alle persone, a un tempo fragile e supponente, insicura e altezzosa. Guardare con una certa spietatezza alle proprie difficoltà risulta spesso salutare. È ciò che tento con questo scritto, non sempre riuscendo a misurare sentimenti e passioni, come sarebbe necessario: ancora per molti della mia generazione, la politica e la vita sono sovrapposte a calcomania, costituiscono un tutt’uno. Voglio pormi alcune domande. Perché il campo democratico ha perso il senso e l’orgoglio di sé? Perché ha rinunciato alle «sue» parole, quelle che veramente muovono le cose e arrivano nell’animo delle persone? La destra ha messo in campo tutto il suo armamentario di valori, o pseudo tali, di metafore e suggestioni. Noi, al contrario, su questo terreno abbiamo balbettato idee difensive o siamo rimasti silenti. La politica che con la sinistra ha conosciuto i più alti momenti di passione che hanno scosso e cambiato il mondo, si è trasformata in abilità di governare il quotidiano, nell’idolatria dei programmi che, come si sa, ognuno tira come vuole da una parte o dall’altra, nella tattica e tecnica delle alleanze e delle convenienze momentanee. Abbiamo perso così il nostro cielo. Ma abbiamo perso anche la nostra terra. Il contatto con il popolo. La frattura inizia nel ’68 e da allora è diventata sempre più ampia. Il punto cruciale mi sembra essere, in questo caso, l’incapacità di rinnovare quel rapporto profondo tra partecipazione politica, partiti e l’inveramento della Costituzione, l’adeguamento dell’assetto istituzionale (comprese le regole elettorali), che fu alla base degli anni gloriosi della democrazia italiana nel dopoguerra. Per anni si è parlato di riforme su questi temi essenziali e di cambiamento della politica. Nella pratica ne sono scaturite convulsioni spesso insensate, e nella sostanza tutto è rimasto immutato, salvo una mutazione degenerativa che ha allontanato tanti dall’impegno pubblico e dall’azione collettiva. La sinistra ha sempre fondato la sua forza su un suo insediamento «terragno»; perderlo ha significato una mutilazione assai grave. Si tratta ora di reinventarlo prendendo atto delle condizioni dell’oggi, così diverse: cosa difficile ma per nulla impossibile. Dunque, oltre al cielo, si è allontanata anche la terra e siamo rimasti sospesi a mezz’aria. E a mezz’aria si diventa quanto mai esposti ai colpi dell’avversario, come foglie al vento.
Epilogo “Oltre i partiti”, anno 2011
Il campo largo da costruire presuppone una democrazia piena ed effettiva da cui non è separabile, fondata sulla partecipazione delle singole persone nell’esercizio della loro responsabilità individuale. Tutto ciò mette in discussione le intercapedini burocratiche che asfissiano la vita politica anche nel centrosinistra e che, non di rado, sono fonte di sconfitte e di divisioni drammatiche.

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