PENSIONI POVERE PER I GIOVANI E RISCHIO CRISI SOCIALI NEL NUOVO RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE

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Pensioni

Ne parla oggi sul Corriere della Sera Enrico Marro che racconta la presentazione di ieri all’Università di Roma del Rapporto annuale sullo Stato Sociale curato dal professor Roberto Pizzuti, docente di Economia alla Sapienza. “Oltre la metà dei lavoratori dipendenti assunti dopo il 1995, avendo sperimentato retribuzioni saltuarie e basse, rischiano di maturare una pensione del tutto inadeguata a tutelarli dalla povertà”. La previsione è contenuta nel 13esimo Rapporto sullo Stato sociale curato come sempre dall’economista della Sapienza, Felice Roberto Pizzuti, e presentato ieri nello stesso ateneo alla presenza del presidente della Camera, Roberto Fico. Che il problema dei giovani esista è stato confermato dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico: «Per via di lavori precari e carriere instabili, difficilmente avranno pensioni dignitose». Tridico ha auspicato che intanto venga «allargata la pensione di cittadinanza» fino a 780 euro, ma è evidente che non può essere questa la soluzione. Pizzuti propone di «attenuare il collegamento rigido tra prestazioni e contributi» introducendo una pensione di base, cioè «un importo pensionistico garantito che tenga conto degli anni di attività individuale anziché del solo montante di contributi accumulato». Il professore non crede invece che la soluzione possa essere la previdenza integrativa, perché sono solo i lavoratori con un contratto stabile e una retribuzione piena che possono permettersi di pagare i contributi ai fondi privati oltre che all’Inps. L’allarme lanciato ieri ha ricordato la frase che scappò nel 2010 all’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Pizzuti ha parlato del rischio che in futuro «insorgano crisi sociali». Sulla necessità di una pensione di garanzia per i giovani è intervenuto anche il segretario della Cgil, Maurizio Landini. Il problema, però, è che essa dovrebbe essere, almeno in parte, messa a carico della Fiscalità generale, cioè di tutti i contribuenti. Del resto, ed è questo un altro punto importante del Rapporto e del dibattito di ieri, l’invecchiamento della popolazione rischia di mettere a dura prova il sistema attuale. Come ha sottolineato il presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, se continua a scendere la quota di redditi da lavoro sul Pil, non c’è riforma delle pensioni che possa garantire la sostenibilità finanziaria del sistema, nemmeno il contributivo introdotto nel ’95 con la riforma Dini. «Il problema c’è e vanno esplorate soluzioni», ha concluso Pisauro. Altro che mandare in pensione i 62enni con «quota l00», spendendo «più di 4o miliardi!», ha aggiunto il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe.

Sulla presentazione del Rapporto scrive anche Massimo Franchi sul manifesto: “Il Welfare aziendale toglie fondi alla sanità pubblica” (p.4). Sul tema spinoso e controverso del rapporto tra previdenza pubblica e previdenza completare e tra sanità pubblica e sanità aziendale, Franchi rilancia l’intervento del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “..il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha risposto invitando tutti al «pragmatismo. Anch’io sarei più contento che gli aumenti salariali fossero reali e per far questo da tempo propongo di detassare gli aumenti dei contratti nazionali, ma oggi se vado da un lavoratore e gli chiedo: ti vanno bene 100 euro da usare nella sanità privata tassati al 10 per cento? Lui risponde sì». Sulle conseguenze negative in fatto di sanità pubblica Landini rilancia una sua proposta: «Prevedere che i fondi integrativi facciano convenzioni con il sistema sanitario nazionale nelle varie regioni per favorire la sanità pubblica».

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