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Perché io, prima di tutto, sono un avvocato

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avvocato

Il quotidiano Il Tirreno questa mattina ha pubblicato un mio intervento riducendone il testo per ragioni di spazio. Per chi avesse voglia di perdere qualche minuto in più, posto qui di seguito il testo integrale.
“Letto il comunicato stampa congiunto del Movimento 5 Stelle e di PaP, in quanto direttamente chiamato in causa, peraltro in modo che ritengo del tutto sproporzionato, sento l’esigenza, di offrire al lettore qualche osservazione per arricchire il dibattito.
Prima un paio di chiarimenti doverosi.
Si è scritto che sarei il difensore di “alcuni indagati”, evocando l’idea che sarei una specie si asso pigliatutto, ma, in realtà, difendo una sola persona, il geom. Marco Nencioni.
Ho rinunciato alla difesa di un altro dipendente comunale (cui era stato associato il mio nome), per motivi di possibile incompatibilità legata al contenuto del fascicolo processuale (previo consulto col Pm, dott. Massimo Mannucci, che invece non lo riteneva, al momento, necessario).
Si è poi affermato che mi sarei seduto “ … dalla parte opposta a quella ove si colloca il Comune” … “per il caso giudiziario relativo alla questione Rari/Lonzi”. Non è vero neppure questo.
Ho avuto la nomina quale difensore della società Rari in Concordato Liquidatorio dal Commissario Giudiziale (quindi dall’organo della procedura concorsuale che rappresenta e garantisce i creditori della stessa), previa autorizzazione del Giudice Delegato, dott. Pastorelli. In quel giudizio, tuttora nella fase dell’udienza preliminare, non è rappresentato il Comune di Livorno e, quindi, non posso “sedere” in una posizione ad esso “opposta”. In realtà mi sono semplicemente astenuto in Consiglio Comunale dal voto relativo ad un atto che non riguardava neppure tale procedura, e l’ho fatto, come mio costume, per massima prudenza.
Fin qui poco male, salvo che sarebbe bene conoscere le cose prima di dare giudizi.
E’, tuttavia, allarmante – almeno dal mio punto di vista, ma forse sono ipersensibile su certi temi – ciò che si è scritto, con argomenti a dir poco sconcertanti, sul rapporto che correrebbe tra i ruoli di difensore nel processo penale e di consigliere comunale. “Talini”, così il comunicato congiunto, sarebbe in una “posizione scomoda” in quanto potrebbe “in via confidenziale venire a sapere dal suo assistito di eventuali comportamenti non corretti da parte di altri soggetti, dipendenti comunali o altro, ma allo stesso tempo per etica professionale, non potrebbe denunciare tali fatti come sarebbe giusto invece per un pubblico ufficiale che fa parte del Consiglio Comunale.” Leggo volentieri Graham Greene e John Le Carrè, ma non ho mai avuto una particolare passione per lo spionaggio. Non amo neppure il cosiddetto whistleblowing. Ma il punto è un altro: secondo l’articolo 331 del codice di procedura penale, l’obbligo di denuncia del pubblico ufficiale sussiste in relazione ai reati procedibili d’ufficio di cui venga a conoscenza nell’esercizio ovvero a causa del suo ufficio. Se Dio vuole, quando sono a colloquio con un mio assistito, in quello spazio assolutamente riservato che non può esser violato neppure dall’autorità inquirente, non sono affatto nell’esercizio delle funzioni di consigliere comunale, o, almeno, così mi hanno insegnato. Peraltro, in qualsiasi colloquio con qualsiasi assistito potrei venire a conoscenza di fatti reato, tal che, se la mia funzione di consigliere mi obbligasse a riferirne all’AG, dovrei farlo non soltanto in questo caso, ma sempre. Con la conseguenza, contra legem, dell’incompatibilità non del solo avvocato Talini rispetto alla carica di consigliere del Comune di Livorno, ma di qualunque avvocato rispetto a qualunque mandato elettivo.
Nel comunicato congiunto, tuttavia, c’è un profilo ulteriore che non posso proprio accettare: quel proclamarsi “rispettose” della presunzione di non colpevolezza, per poi giustapporvi, immediatamente dopo, un “però” avversativo, che vanifica l’enunciato di partenza.
I principi costituzionali, come quello che sancisce la presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27 della Costituzione, non ammettono né “però”, né “ma”, né riserve di alcun genere. E non ammettono eccezioni neppure quando indagati, imputati o addirittura condannati (in primo grado) sono sindaci che appartengono ad una delle forze politiche che hanno alzato il ditino contro di me. I principi costituzionali, anziché proclamarli per disattenderli subito dopo, li dobbiamo osservare e basta. Tutti. Con doveroso rispetto. Possibilmente in silenzio.
Mi avvio a concludere e mi scuso col lettore per le troppe parole.
Devo però tornare alla presunzione di cui all’art. 27 Cost..
Essa ci impone di riconoscere che, a tutt’oggi, nonostante le misure cautelari, le conferenze stampa, la pubblicazione, a puntate, dell’ordinanza cautelare, non vi è stato alcun accertamento in contraddittorio sui fatti, sulla loro qualificazione giuridica, sull’attribuzione degli stessi a qualcuno in particolare. Come non ricordare, poi, che l’articolo 111 della Costituzione, tanto per rimanere sul testo fondativo della nostra comunità, prevede che “ogni processo si svolga nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo ed imparziale”, e che, inoltre, “ … il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova”. Tutto questo avverrà a tempo debito per cui non diamo per accertato ciò che non lo è affatto.
Concludo con una riflessione personalissima. Ho l’impressione che la politica non abbia mai avuto un rapporto veramente sano con la giustizia. E le cose, da Mani Pulite in poi, soprattutto, ahimè, dal Vaffa Day, mi sembrano peggiorate. Purtroppo le indagini ed i processi penali condizionano la politica a tal punto che vengono sistematicamente posti al centro del discorso pubblico temi che dovrebbero esser riservati alla giurisdizione. Si strumentalizzano le inchieste ed i provvedimenti giudiziari per attaccare l’avversario di turno, senza comprendere che ciò paralizza il governo delle città, delle regioni e del paese intero. In questo contesto comincio a pensare che una professione come la mia, per le sue connotazioni di garanzia rispetto al potere legittimo di chi esercita l’accusa, sia difficilmente conciliabile con l’attività politica nel contesto dato. Soprattutto per questa ragione ho seri dubbi sulle scelte da fare nei prossimi giorni.

Marco Talini

 

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