QUOTE LATTE E BUONI FRUTTIFERI, QUANDO L’EDUCAZIONE FINANZIARIA FA GIUSTIZIA LEGALE IN ASSENZA DELLA LEGGE

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ghisolfi rizzo

A COLLOQUIO CON L’AVVOCATO ALBERTO RIZZO, GIURISTA BANCARIO E POSTALE E DIRETTORE DELL’ACCADEMIA FONDATA CON BEPPE GHISOLFI

Che cosa accomuna le quote latte ai buoni fruttiferi postali? La circostanza che occorra una battaglia legale per far valere un naturale diritto del cittadino, sia esso imprenditore agricolo e allevatore nel primo caso, oppure risparmiatore nel secondo.
Il problema di fondo non cambia: in assenza di una volontà legislativa chiara e precisa, o si rinuncia – con la prospettiva di pagare multe spesso non dovute o di incassare rendimenti più bassi di quelli attesi (e promessi dall’altra parte) – o si ricorre a un’aula diversa da quella parlamentare: l’aula di un tribunale, che nei casi in specie – a dispetto delle vulgate correnti di segno opposto che sentiamo o leggiamo – ha dimostrato di saper rendere Giustizia, o quella di un Arbitro bancario finanziario.

Le due tematiche, per quanto settorialmente molto diverse tra loro, sono inoltre accomunate dalla circostanza che a occuparsene molto attivamente è un avvocato con sede in Bra, importante centro urbano del sud Piemonte e della provincia di Cuneo, il giurista bancario e postale Alberto Rizzo, consulente giuridico del Banchiere Beppe Ghisolfi con il quale ha fondato l’Accademia di educazione finanziaria della quale è altresì il direttore generale.

Intervistato da Notizieinunclick.com in occasione della conferenza di successo organizzata dalla stessa Accademia – assieme all’Amministrazione comunale di Cherasco e all’associazione degli Avvocati per Israele – per celebrare il dialogo fra il Banchiere Ghisolfi e l’Ambasciatore dello Stato Ebraico, SE Dror Eydar sul ruolo dell’educazione finanziaria come fattore di dialogo sociale e di crescita manageriale e industriale trasversale, il Legale braidese ha ricordato l’importanza che questa disciplina assume anche al fine di rendere i Cittadini edotti nell’affermazione di diritti spesso riconosciuti a livello europeo ma non recepiti nell’ordinamento giuridico italiano. Il quale ordinamento tuttavia mette comunque a disposizione degli strumenti procedurali per sollevare la questione, e ottenere così il dovuto riconoscimento, davanti a un Giudice oppure al cospetto di un’Autorità arbitrale.

Partiamo dalle quote latte, questione oramai trentennale che ha causato la crisi di moltissime aziende di allevamento, crisi nella maggior parte dei casi purtroppo irreversibile proprio perché la multa – detta in gergo giuridico “prelievo supplementare” a carico di chi splafonava la quota produttiva di riferimento – veniva considerata a priori un dato di fatto doloroso economicamente ma ineluttabile. Circostanza che i più recenti pronunciamenti della Magistratura comunitaria europea e del Consiglio di Stato italiano hanno smentito, sentenziando al contrario il modo di procedere del tutto errato e difforme, rispetto alle direttive e ai regolamenti CEE e UE, dei vari Governi succedutisi a Palazzo Chigi nelle modalità adottate nel calcolo delle quote e nella loro distribuzione e compensazione interna al settore lattiero – caseario.

Una partita economico – finanziaria di non poco conto, se si considera, stando ai dati rielaborati dalla stessa Camera dei Deputati e provenienti dal Rendiconto della Corte dei Conti, che le somme relative alle multe, o prelievi supplementari, per le quali gli esattori del Governo potrebbero ancora bussare alle porte delle stalle e degli allevatori ammontano a 880 milioni netti di euro, di cui circa un quarto concentrato nel solo Piemonte. Tanto che un decreto governativo, anziché riconvocare le categorie interessate e ristabilire un confronto positivo con le Autorità di Bruxelles, ha preferito puntare esclusivamente sull’aspetto delle procedure esecutive, affidando agli uffici della ex Equitalia, oggi Agenzia delle Entrate Riscossione, le pratiche di esazione a oggi pendenti e fino allo scorso anno gestite da Agea, l’Agenzia nazionale delle erogazioni in agricoltura.

Eppure proprio da qui può nascere un precedente importante a tutto vantaggio dell’allevatore e delle sue ragioni sacrosante a non dover versare la multa sulle quote: il Tribunale di Asti, la cui circoscrizione giudiziaria ha competenza anche sulla zona di Alba-Bra, accogliendo un ricorso che era stato predisposto dallo stesso Avvocato Rizzo ha emesso una sentenza storica, ripresa da tutti i principali organi di informazione anche del settore rurale e allevatoriale, nella quale riconosce che una cartella esattoriale avente per oggetto la pretesa erariale di un “prelievo supplementare” sulle quote latte, si prescrive nel termine di 5 anni e in assenza di azioni nel frattempo assunte dal soggetto creditore per far nuovamente decorrere tale termine dall’inizio. Esattamente al pari di qualsiasi altro atto esecutivo in materia fiscale.

Vedere riconosciuto il proprio diritto a non dare seguito alla pretesa ostentata dal Governo nei confronti degli allevatori non è solo una possibilità teorica, e lo dimostra il caso dell’allevatore piemontese che ha vinto, come scritto sopra, la causa contro Agea, oggi ex Equitalia: leggendo infatti i riepiloghi della Corte dei Conti, si scopre che ben 101 milioni di euro di multe non sono più dovuti per effetto di sentenze passate in giudicato, e quindi definitive; mentre altri 120 milioni di prelievo supplementare sono stati interessati da sentenze di annullamento provvisoriamente esecutive.

Un discorso analogo vale per i buoni fruttiferi postali, il titolo obbligazionario emesso da Cassa depositi e prestiti e garantito dallo Stato simbolo, come ricorda l’avvocato Rizzo, del risparmio postale per eccellenza: per inciso, quell’enorme polmone finanziario, frutto del lavoro e del sacrificio delle generazioni precedenti la nostra, grazie al quale diventano possibili programmi di investimento pubblico – privato in alcuni settori a carattere strategico del Paese come infrastrutture nazionali e locali, energie rinnovabili, riqualificazioni edilizie, sostegno alle garanzie prestate alle imprese.

Non incrinare la fiducia delle famiglie risparmiatrici italiane, e non solo, nei confronti del risparmio postale nazionale è quindi una priorità sia per il singolo titolare di buono fruttifero postale, e per il suo diritto a riscuotere il rendimento promesso dall’emittente e stampato sul retro del titolo, sia per un segmento fondamentale del finanziamento della politica economica e industriale della Nazione.

La questione accaduta è presto detta: nel 1986, Ministro delle Finanze dell’epoca il compianto politico astigiano Giovanni Goria, il Governo firma un decreto che rivede al ribasso le rese finanziarie dei buoni fruttiferi postali di nuova emissione, istituendo una serie QP. Siccome però in quello stesso tempo risultavano invenduti i buoni fruttiferi di altre serie, che prevedevano i rendimenti elevati di prima, il Ministero diede incarico a Poste Italiane di apporre su ognuno di essi un timbro fronte-retro che attestasse la loro sopravvenuta appartenenza alla categoria QP e chiarisse a chi sottoscriveva i titoli in esame quale sarebbe stata la scansione dei tassi nel corso dei successivi trent’anni.

Se non che, relativamente ai buoni emessi dopo il 1987 – e che hanno cominciato ad andare a scadenza a partire dal 2017 – è stato scoperto che su molti buoni non era stato apposto il famoso timbro con l’indicazione dei nuovi e più contenuti interessi dal ventunesimo al trentesimo anno. Con la conseguenza che ogni risparmiatore sottoscrittore, titolare di buoni emessi dopo il mese di luglio del 1987 della serie QP e privi di detto timbro, avranno diritto a ricevere il rendimento finanziario integrale desunto dall’applicazione degli interessi anteriori a quelli introdotti dal famoso decreto Goria.

Come tiene a precisare l’avvocato Rizzo, si parla di importi che variano da tremila fino a 40.000 euro per ogni titolo contestato, e che possono essere legittimamente pretesi anche nel caso in cui i minori rendimenti siano già stati riscossi, purché si mantenga il duplicato del buono fruttifero – o lo si richieda all’ufficio postale – e lo si sottoponga a perizia legale. Su questa base, ci si dovrà recare all’ufficio dell’Arbitro Bancario Finanziario, che a oggi ha statuito per la totalità dei casi sottoposti la ragione in capo ai risparmiatori sottoscrittori.

A oggi, conclude il giurista Rizzo, è stato possibile ottenere giustizia finanziaria per un importo complessivo di un milione di euro che altrimenti sarebbe stato di minori interessi rispetto a quelli dovuti da Poste Italiane.

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