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Sarà giustiziata Lisa Montgomery, è la prima donna negli Usa dal 1953

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carcere

Un countdown lento, drammatico e penoso quello che sta vivendo in questi ultimi, giorni, Lisa Montgomery, l’unica donna nel braccio della morte di un carcere in Missouri. Dopo il rinvio dello scorso mese, inesorabile, la sua esecuzione è stata fissata per il prossimo 12 gennaio. Colpevole per la corte d’appello americana che ha dato il via libera all’esecuzione della Montgomery, condannata alla pena capitale per aver strangolato nel 2004 una donna incinta di 23 anni e, averle praticato subito dopo, un cesareo per rapire il bambino che portava in grembo.

Certo, ad immaginarsela, la scena, fa rabbrividire e sicuramente per i famigliari della vittima scaturisce un’estrema voglia di giustizia. Ma nonostante questo la pena di morte rimane e resta un tema davvero controverso tra chi è favorevole e chi si oppone fermamente, ritenendola una punizione disumana, crudele e che di fatto, viola il sacro diritto alla vita.

Una notizia che scuote le coscienze di molti americani e non, visto che negli Usa, le esecuzioni federali si erano fermate per oltre diciassette anni e, come riporta l’agenzia di stampa Agi, l’ultima donna ad essere giustiziata in America era stata nel lontano 1953 Bonnie Heady. La pena di morte è una pratica che seppur si dica superata per paradosso utilizza (a parte l’iniezione letale odierna), gli stessi metodi adottati fin dal Medioevo: l’impiccagione, la decapitazione e la lapidazione. Persino Dante descrisse nel trentatresimo Canto dell’Inferno, il supplizio della morte lenta e agonizzante del Conte Ugolino della Gherardesca.

E il countdown lento e inesorabile che sta vivendo la Montgomery non è esso stesso già un supplizio? Lo stesso supplizio che devono aver provato in Iran, i tre uomini giustiziati ieri (3 gennaio 2021), nella prigione centrale di Zahedan. Come riportato sul sito dell’Ong “Nessuno Tocchi Caino”, i loro nomi erano Elias Ghalandarzehi, Hassan Dehvari (Hasan Dahvari), e Omid Mahmoudzehi.
I tre erano accusati di “Moharebeh (inimicizia contro Dio) per via dell’appartenenza a Jaish al-Adl.” Jaish al-Adl, o Jaish ul-Adl, è un’organizzazione militante jihadista salafita (sunnita). Secondo una lettera che i due uomini hanno scritto poco prima dell’esecuzione, avevano trascorso sette mesi nel centro di detenzione del ministero dell’Intelligence “sotto tortura” ed erano stati portati due volte davanti al giudice Shah Mohammadi della 6a sezione del Tribunale Rivoluzionario. Il terzo prigioniero si chiamava Omid Mahmoudzehi, ed era accusato di “moharebeh” (inimicizia contro Dio), per rapina a mano armata e omicidio.

Sono almeno 277 le esecuzioni compiute nel 2020 in Iran. Un dato sorprendente ma che è fortunatamente in diminuzione visto che nel 2019 erano state 298 le esecuzioni e ancor di più nel 2018, che contava ben 328 esecuzioni di pena di morte.
In Nigeria invece l’Alta Corte dello Stato nigeriano di Jigawa, lo scorso 29 dicembre 2020 ha condannato a morte due uomini, in casi diversi. Si trattava di Jamilu Harisu e Mustapha Idris, residenti nei governi locali di Farko e Ringim. In Libia invece la pena di morte avviene tramite plotone d’esecuzione o impiccagione.

E se nel 2019 c’è stato un calo generale del 5% di questa atavica esecuzione, le pene capitali crescono drammaticamente in Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen, che hanno fatto registrare un’impennata nelle esecuzioni. Gli omicidi di Stato sono invece usati spesso come strumento di repressione politica, in Iran e Cina.

Tornando alla storia di Lisa Montgomery, i legali hanno già annunciato ricorso, e sono al lavoro per cercare di concederle almeno misericordia commutando la sua condanna all’ergastolo a vita. Perché come aveva dichiarato tempo fa Clare Algar, direttrice di Amnesty International “La pena di morte è una pena disumana e ripugnante e non esistono prove attendibili che essa scoraggi i reati più della pena detentiva.”

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