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Sembra quasi un ossimoro quello che è stato uno dei più affermati ragazzi-prodigio

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massimo ranieri

Quello che è stato uno dei più affermati ragazzi-prodigio dello spettacolo italiano

(esordio a Canzonissima a 15 anni, al Cantagiro a 16, al Festival Sanremo a 17) tocca il traguardo dei settant’anni. E (per fortuna) non ha ancora nessunissima voglia di far accostare il sipario. Anche perché, in 55 anni di attività, non soltanto non è mai “invecchiato”, ma è sempre diventato più bravo, più completo, più inarrivabile nella sua poliedricità. Personalmente l’ho sempre definito un “campione” dello spettacolo: perché Massimo Ranieri, prima di essere un artista a 360 gradi, è veramente un atleta del palcoscenico (e non solo). Ed è sicuro – e noi con lui – che può ancora affrontare sfide addirittura più alte.

Conosco Massimo da un tempo probabilmente non quantificabile. Mi onoro della sincerità e della bellezza della sua amicizia, assolutamente ricambiata. Non più tardi dell’inverno scorso mi ha voluto assieme a lui, come singolare narratore (o “contrappuntatore”) in uno spettacolo che ha registrato proprio al “Sistina” per Rai Tre: dove, tanto per cambiare, ha cantato, ballato, recitato e messo in campo tutta la sua irraggiungibile gamma interpretativa. E, tanto per cambiare, ha pure guardato avanti: dando una rinfrescata assolutamente inattesa al proprio repertorio, grazie agli arrangiamenti di Gino Vannelli, uno dei più affermati e originali musicisti viventi.
Io ricordo, solo per scrupolo, i momenti cardine della sua carriera.

Come detto, non ancora sedicenne si esibiva già fra i mostri sacri della musica leggera italiana (Claudio Villa, Gianni Morandi ecc) che si credevano i dominatori delle “Canzonissime” di allora e che lui spodestò con due primi e due secondi posti in quattro edizioni, cantando bazzecole passate alla storia come “Erba di casa mia”, “Vent’anni”, “Se bruciasse la città” e via dominando. Al Cantagiro (che all’epoca era la risposta estiva al Festival di Sanremo, due partecipazioni e due vittorie con “Pietà per chi ti ama” e “Rose rosse”): il tutto rigorosamente al di sotto del compimento dei diciotto anni.

E ne aveva appena diciannove quando un illuminato regista – Mauro Bolognini – fu talmente bravo ad intuirne le doti di attore e a pilotarlo con “Metello” fino alla conquista del “David di Donatello”. E mancavano… ancora cinquant’anni al compleanno di cui stiamo parlando. Anni che Massimo (o Giovanni come si chiama in realtà) ha impiegato per crescere, crescere, crescere artisticamente in maniera esponenziale.

E stupire sempre: sia che si sia cimentato nella sfide più leggere, che in quelle inimmaginabile (soprattutto a teatro dov’è passato dal “Malato immaginario” a “Riccardo III”, dal “Gabbiano” di Checov all’”Opera da tre soldi”, dalle mani di Strehler a quelle di Scaparro, certo non ignorando il suo Eduardo, di cui ha portato in scena per la tv una memorabile “Filomena Marturano” in coppia con Mariangela Melato. Suo padre Umberto un giorno gli disse: “Ma si può sapere perché hai smesso di fare il cantante per diventare una “persona seria”? C’è una cosa di lui che, fra le tante, mi ha fatto impazzire (d’ammirazione e forse persino d’invidia, per quanto possa essere solo accademica l’”invidia” nei confronti di un amico): la perfezione maniacale con cui si è sempre preparato per le prove teatrali non solo più impegnative, ma anche più singolari.

Dovendo fare un musical su Marcel Cerdan ( il talentuoso pugile, sfortunato compagno della grande Edith Piaf), andò per mesi in palestra ad imparare la noble art e a fare a guantoni col campione del mondo Patrizio Oliva; dovendo raccontare su un palcoscenico la storia del Circo Barnum frequentò – anche in questo caso per mesi e mesi – una scuola di giocoleria, trapezismo ed equilibrismo, fino ad essere in grado di cantare camminando su una fune. Per questo quando qualcuno dice “Massimo Ranieri, il cantante” è inevitabile che io mi adonti un po’. E non certo soltanto per amicizia. Gli ho chiesto anche poche settimane fa come riesce ad essere sempre così vitale, così entusiasta, così pronto a dare sempre tutto di sé: “L’elisir di giovinezza – mi ha riposto – mi viene regalato dal pubblico. A fine di ogni spettacolo li aspetto in camerino, anche uno per uno: con la certezza che non potrò mai dar loro quello che hanno dato e continuano a dare a me.”

Bellissima riflessione da artista e da uomo straordinario. Ma credo sinceramente che Giovanni Calone, quinto di otto figli una famiglia poverissima di Santa Lucia, una volta diventato Massimo Ranieri – al di là di ogni nobile forma di modestia – ci abbia regalato davvero tanto. Ma proprio tanto. E sono sicuro che non parlo solo per me

Marino Bartoletti

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