SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, LA RIFORMA POSSIBILE

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Il 29 giugno prossimo approda nell’Aula della Camera dei Deputati la proposta di legge di iniziativa popolare di riforma dell’ordinamento giudiziario promossa dall’Unione Camere Penali Italiane. Lo dobbiamo – e gliene siamo grati- alla scelta del gruppo parlamentare di Forza Italia di richiederne ed ottenerne il passaggio dalla Commissione in Aula, grazie anche all’infaticabile impegno di Enrico Costa e Francesco Paolo Sisto.
Siamo dunque alla tappa conclusiva di un percorso avviato oltre tre anni fa con coraggio quasi temerario dalla Giunta UCPI allora presieduta da Beniamino Migliucci, che volle sfidare la capacità dei penalisti italiani di raccogliere, in perfetta solitudine e senza sinergie con altri soggetti politici (ad eccezione del fondamentale contributo di know how fornitoci dal Partito radicale trans-nazionale) le necessarie firme certificate di almeno 50mila cittadini italiani, a sostegno di una proposta di legge molto tecnica e dunque di non facile o comunque non scontata comprensione.
Si aggiunga che in precedenza l’Unione aveva solo partecipato a raccolte di firme (su quesiti referendari, per l’esattezza) organizzate da ben più strutturati soggetti politici, dando il proprio contributo, ma non si era mai impegnata in prima persona in una impresa che ci ha imposto di uscire dai confini del mondo giudiziario, per misurarci in modo diretto e quotidiano con i cittadini, per le strade e con i nostri banchetti. Quelle 72mila firme certificate ci hanno dato il segno non solo di quanto quelle nostre idee fossero popolari e condivise, ma anche di come si fosse definitivamente affermata la nostra realtà di soggetto politico.
La proposta di riforma configura una radicale riscrittura dell’ordinamento giudiziario, con l’obiettivo cruciale di separare le carriere dei magistrati del Pubblico Ministero da quelle dei giudici. Non fatevi turlupinare dalla menzogna con la quale, in assenza di altri argomenti seriamente spendibili, si vuole fermare questa riforma, e cioè che con essa il Pubblico Ministero sarebbe posto alle dipendenze dell’esecutivo.
Intendiamoci bene: si tratterebbe, se questo fosse vero, di un assetto ordinamentale comune ad alcune tra le più grandi democrazie occidentali: Francia, Stati Uniti, Inghilterra, per fare solo gli esempi più significativi, vivono senza traumi e con pienezza la propria vita democratica con il Pubblico Ministero dipendente dal potere esecutivo. Tuttavia noi non abbiamo scelto quel modello, che richiede una cultura democratica ben più robusta di quella che purtroppo ci appartiene, ed abbiamo perciò blindato la assoluta indipendenza della magistratura inquirente dal potere esecutivo. Punto.
Piuttosto, sono proprio le intercettazioni della ormai celeberrima inchiesta perugina, che mi auguro più nessuno pretenda di liquidare come “caso Palamara”, a dimostrare che se c’è un sistema ordinamentale che mette almeno in dubbio l’indipendenza della magistratura dalla politica, non è certo quello a carriere separate. E sono quelle intercettazioni che ci fanno capire un’altra e più pressante esigenza, anzi emergenza democratica: recuperare e restituire al Paese l’indipendenza del Giudice dal Pubblico Ministero. Quanto sia necessaria la drastica correzione di questa patologia è dimostrato dallo stesso assetto dell’Associazione Nazionale Magistrati, da sempre governata, con rarissime e marginali eccezioni, da Presidenti e Segretari provenienti dagli Uffici di Procura, pur essendo i Pubblici Ministeri poco meno del 20% dell’intero corpo elettorale. Il governo di ANM da parte dei P.M. significa che l’intera giurisdizione, cioè gli assetti degli uffici giudiziari, le progressioni in carriera, il potere disciplinare, gli assai appetiti distacchi dei fuori ruolo presso Ministeri (in primis quello di Giustizia), Presidenza del Consiglio, Autority, è condizionata dai magistrati della Pubblica Accusa, che già esercitano nel Paese un potere enorme e -a differenza di ogni altro potere- totalmente irresponsabile.
Separare le carriere e impedire i distacchi di magistrati presso l’esecutivo sono la sola via di uscita per recuperare gli equilibri costituzionali che la giurisdizione ha da tempo smarrito. Sogniamo un Paese dove il Giudice dia il Lei all’avvocato ed al Pubblico Ministero con il medesimo, severo distacco; e dove le sorti dei cittadini e delle istituzioni siano affidate non alle indagini delle Procure, ma alle sentenze dei Giudici.

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