Solo più democrazia può frenare i sovranismi

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L’assetto pro-Europa del Parlamento in via di insediamento non appare minato dalla crescita pure non irrilevante delle forze dello scetticismo o peggio della disintegrazione del progetto unitario. Il rischio tuttavia che gli esiti parzialmente favorevoli di questa tornata inducano l’establishment europeo a un eccessivo ottimismo e magari a una certa protervia da scampato pericolo è assolutamente da scongiurare.

E non solo per ragioni tattiche. La vittoria in Francia e in Inghilterra di Le Pen e Farage e di Salvini in Italia segnalano una prova di forza della destra nazionalista di tre dei quattro Paesi chiave del continente, di cui uno in travagliata uscita, e per quanto ciò non abbia ancora cambiato gli equilibri in seno al Parlamento europeo, potrebbe in un futuro non lontano mutarli nel Consiglio e nella Commissione.

Non c’è da cantare vittoria ma anzi provare a cogliere le domande che ci vengono dai popoli europei. Una sfida che si impernia sostanzialmente su tre grandi temi. Lavoro e crescita sostenibile. Governo unitario dei flussi migratori. Una nuova stagione dei diritti di cittadinanza. Schematicamente le risposte ci sono e sono sostenibili. È possibile tentare un grande piano europeo per il lavoro e la crescita sostenibile che cubi 1000 miliardi all’anno dall’attivazione di tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax, web tax ed eurobond.

È possibile un governo unitario dei flussi dei migranti e dei richiedenti asilo se si procede a una revisione complessiva del regolamento di Dublino in cui le misure dell’egoismo nazionale lascino spazio alla condivisione pro quota da parte di ciascuno Stato di persone che richiedono asilo e fuggono da guerre e carestie. È possibile dar vita ad una nuova Maastricht dei diritti e della cittadinanza europea che mettano al centro la contrattazione collettiva europea quale nuova fonte dei diritti dei lavoratori europei, la libera circolazione rafforzata, la promozione ulteriore di scambi tra studenti, professionisti, imprenditori.

La verità è che però per rispondere alle domande di lavoro e sviluppo e di sicurezza e integrazione serve più Europa, più unione, cessione di ulteriore sovranità da parte degli Stati alle istituzioni europee. È qui il paradosso di questi tempi difficili. I cittadini chiedono risposte che solo l’Europa unita può dare ma i governi degli Stati nazionali, pure quelli espressione di forze europeiste, finiscono per far prevalere gli interessi di parte su quelli generali dell’Unione e impediscono nel Consiglio dell’Unione una risposta europea. Questo atteggiamento egoista è l’alimento primo della crescita dei sovranismi.

Ecco perché solo un rilancio del progetto di integrazione che aumenti il tasso democratico delle istituzioni europee può sminare l’ascesa delle forze euroscettiche.

Il governo italiano da parte sua oggi appare invece interessato solo a mostrare i muscoli nella trattativa con Bruxelles per finanziare in deficit misure largamente assistenziali, come il reddito di cittadinanza, o fortemente ingiuste, come la tassa piatta che favorisce i redditi più alti, misure prive di alcuna conseguenza di crescita strutturale. Un improbabile sforamento di 60 miliardi di euro che aggrava il nostro debito, indebolisce la nostra credibilità, rischia di alimentare attacchi speculativi sul Paese. E produce isolamento politico.

Oggi, semplificando, l’Europa degli Stati conta quattro schieramenti, l’asse franco-tedesco, il nascente polo progressista iberico-portoghese, il fronte rigorista della lega anseatica a trazione olandese e il gruppo di Visegrad di nazionalisti euroscettici. L’Italia a cavallo tra Visegrad e tentazioni ulteriormente isolazioniste rischia di contare sempre meno anche nella cruciale partita delle nomine che negli ultimi anni, tra Draghi alla Bce e Mogherirni alla Politica Estera Comune, aveva fatto guadagnare al Paese uno standing coerente con il proprio status di grande nazione.

La nostra ferma opposizione a questo governo, l’opposizione di tutte le forze che credono nel ruolo centrale dell’Italia in Europa, è e sarà sempre nell’interesse del Paese e sarà ancor più senza sconti se nelle prossime settimane i pentaleghisti provocheranno un ulteriore indebolimento della caratura internazionale e della solidità finanziaria del Paese.                                                                                                                           di gianni pittella  fonte democratica.it

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