Speranza alla Sanità, una grande occasione. Ecco perché

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speranza

La nomina di Roberto Speranza in qualità di Ministro della Salute nel nuovo governo Conte è un evento
gradito ma del quale vanno comprese appieno le implicazioni: da un lato, vi è un evidente, seppur indiretto,
riconoscimento della qualità del programma elaborato da Liberi e Uguali nel campo sanitario, chiaramente
il più avanzato tra quelli presentati dalle diverse forze politiche per le elezioni del 4 marzo 2018; dall’altro,
non possiamo nasconderci che proprio questa nomina sia una di quelle che hanno generato più aspettative
tra tutte quelle del governo, nella cittadinanza e soprattutto nell’elettorato della sinistra.
Dirigere il Ministero della Salute è uno dei compiti più complessi tra quelli a cui può essere chiamato il
membro di un governo. Dobbiamo avere consapevolezza che le decisioni prese in questo dicastero hanno
effetti grandi come pochi altri sulla vita (e sulla morte) delle cittadine e dei cittadini, ed è proprio per
questo che la nomina del segretario di Articolo Uno è circondata queste grandi aspettative: veniamo da
anni in cui il nostro sistema sanitario, fino agli anni Novanta reputato uno dei migliori, se non il migliore, al
mondo, si è costantemente indebolito. Il nuovo Ministro avrà il compito storico di invertire questo
processo.
Se l’abolizione del superticket è stata giustamente identificata come l’assoluta priorità, è anche evidente
che questo è solo il primo passo: questa è la grande occasione di affrontare, e iniziare a risolvere, alcune
delle storture ormai strutturali del nostro sistema sanitario. L’Italia è un Paese che sta invecchiando: il
nostro sistema sanitario verrà quindi sottoposto a una pressione sempre crescente, pressione alla quale
oggi riesce a rispondere soprattutto grazie al grande impegno di tanti professionisti, medici, infermieri e
funzionari, che lavorano con grande abnegazione in condizioni difficilissime. Ma più si va avanti senza
intervenire, più si rischia il collasso.
La mancanza di assunzioni sta colpendo duramente l’organico; ma, nonostante la curva dei pensionamenti
nella sanità (e in tutta la P.A.) sia nota da anni, non ci sono stati interventi volti a sanare la situazione. Anzi,
la capillarità sul territorio nazionale delle strutture sanitarie è stata sacrificata sull’altare dei vincoli di
bilancio, con la chiusura di numerosi posti di primo intervento. Ѐ dunque evidente che bisognerà invertire il
trend: non si possono più rimandare né l’assunzione di nuovo personale, né la garanzia di un’equa
distribuzione su tutto il territorio nazionale delle strutture sanitarie.
I dati dimostrano bene l’urgenza di aumentare il personale: la percentuale di impiegati nel settore della
sanità sul totale della forza lavoro italiana l’anno scorso era del 4,6%. Questa percentuale, come emerge dai
dati Eurostat, è poco più della metà della media europea (8,1%), inferiore a Spagna (4,9%), Francia (9,3%),
Regno Unito e Germania (per entrambe, 9,6%).
Infine, questa può essere la grande occasione anche per rivedere, finalmente, l’odioso sistema del numero
chiuso nell’accesso universitario; questo, com’è noto, non riguarda soltanto il corso di laurea in Medicina,
ma è precisamente in questo comparto che si sono catalizzate le maggiori resistenze all’apertura del
sistema, resistenze che, fino a oggi, si sono rivelate vittoriose. Né è più rimandabile l’aumento delle borse
per le specializzazioni mediche, un collo di bottiglia inevitabile nel percorso formativo dei medici.
Tutti questi argomenti, assieme al grave problema della lunghezza delle liste d’attesa, sono ampiamente
percepiti da tutti i cittadini. La politica deve farsi carico di affrontare la questione sociale: e in essa vi è poco
di più strategico del garantire una sanità di qualità e accessibile a tutti. La nomina di Roberto Speranza è il
miglior presupposto affinché il governo affronti realmente questi problemi.

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