Venticinque anni fa moriva Mia Martini, storia di una grande artista uccisa dalle cattiverie

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Era una domenica, all’ora di pranzo. Era il 14 maggio del 1995 e Mia Martini veniva trovata senza vita a 47 anni, in una casa a Cardano al Campo, vicino a Busto Arsizio, dove si era trasferita da poco per stare vicina al padre Giuseppe Bertè. Era morta da due giorni ma nessuno se ne era accorto. Una delle più grandi interpreti della musica italiana se ne andava in silenzio, come aveva sempre vissuto.

Riversa sul letto, con le cuffie alle orecchie, il suo cuore si è fermato ascoltando “Luna rossa”: stava preparando una nuova versione per il Festival di Napoli allora presentato da Mike Bongiorno. Quella musica napoletana che tanto amava e che qualche anno prima, nel 1993, con Roberto Murolo ed Enzo Gragnaniello, aveva omaggiato con il brano-capolavoro “Cummè”.

“Arresto cardiaco”. Si archiviava così l’esisenza di una delle più grandi e difficili interpreti della nostra canzone. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, nasce a Bagnara Calabra il 20 settembre (lo stesso giorno della sorella Loredana più piccola di tre anni) del 1947 e con la famiglia si trasferisce prima ad Ancona e poi a Roma. Comincia a cantare giovanissima, ma il successo arriva negli Anni 70 con brani storici come “Piccolo Uomo” e “Minuetto” che le fanno vincere il Festivalbar nel ’72 e ’73, altri come “Inno” e “Padre davvero” scalano le hit parade. Tutti riconoscimenti che la portano all’estero, in Giappone e in Francia, dove canta all’Olympia di Parigi con Charles Aznavour che si innamora perdutamente della sua voce. “E’ nata una stella”, titola in prima pagina “Le Figaro”.

Negli Anni 80 regala canzoni indimenticabili come “E non finisce mica il cielo”, il brano scritto per lei da Ivano Fossati, unico grande amore della sua vita, che non vince Sanremo nel 1982 ma conquista il Premio della Critica nato appositamente per lei. Era un pezzo troppo bello per non ricevere una targa, così i giornalisti si riuniscono in gran segreto e decidono di premiarla.

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