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Il sovranista Orbán, i diritti umani e le delocalizzazioni. Le spine dell’Europa

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orban

ll primo ministro ungherese Viktor Orbán si sta mettendo di traverso, insieme all’omologo polacco Morawiecki, alla clausola sul rispetto dei diritti umani contenuta nel piano dei fondi Next Generation UE. Classico esempio di sovranista al goulasch, Orbán è un roboante assertore dei destini della Grande Ungheria “tradita” nei trattati alla fine della Prima Guerra Mondiale, incauto fomentatore di secessioni nella regione magiara di Transilvania, sedicente predicatore di una reazione contro l’Occidentalizzazione in nome dell’identità magiara profonda.

Ma traduce di fatto i millantati “ideali” in spicciola xenofobia anti-rom/anti-migranti e razzola con pieno gusto nel cortile d’Europa, che garantisce annualmente all’Ungheria fondi per più di 6 miliardi di euro. Si tratta di un ammontare (dati ufficiali Ue 2018) pari quasi al 5% dell’economia magiara, mentre il contributo complessivo dell’Ungheria al bilancio dell’Unione Europea supera di poco il miliardo di euro, pari allo 0,85% della sua economia. Un vero affare.

Ma quel che più conta, in dieci anni di governo l’autocrate Orbán, oltre ad aver messo il bavaglio ai media, ridotto a suoi dipendenti il Tribunale amministrativo, la Corte Costituzionale e la Commissione Elettorale, mentre starnazzava da bravo populista autonomista ha vigorosamente innestato il Paese nel giro giusto del capitalismo continentale. Non si contano le imprese tedesche che hanno delocalizzato in Ungheria, in primissima fila l’industria automobilistica, dalla Mercedes alla Bmw, e poi la Knorr-Bremse (leader mondiale nei freni per treni), la Diehl Aircabin (componentistica aerei) etc. Con i centri produttivi di Stoccarda, Monaco di Baviera, Düsseldorf il filo è doppio: è grazie a loro se l’economia magiara funziona.

Comunque, dalla britannica Sapa Profiles Ltd (stampaggio per l’industria automobilistica) all’indiana Smr (specchietti per auto e paraurti) all’austriaca M-Flexilog (packaging), nessuno si è tirato indietro, l’Ungheria orbaniana e gli altri paesi della Visègrad Connection – Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia – garantiscono bassi salari con minimi garantiti che tengono fede al loro nome, la possibilità di scavalcare i sindacati in sede contrattuale e un livello più che decoroso di infrastrutture.

La professoressa Beata Fakas, dell’università ungherese di Szeged (Seghedino) ha parlato di “interdipendenza asimmetrica” tra la Germania e i Paesi “V4”, dove la prima è il partner dominante (ecco l’asimmetria) ma i secondi rappresentano uno sbocco decisivo per l’export tedesco, non meno importante di Cina e Usa (ecco l’interdipendenza).
Molti gli emigrati magiari, e le loro rimesse

Per restare all’Ungheria, in base a dati 2018 ha esportato per l’82 % all’interno dell’Unione Europea, Germania prima assoluta col 27 % e nel contempo ha importato per il 75 % da membri dell’Ue, sempre prima la Germania col 25 %. Con tutto ciò l’economia ungherese non ha uno sviluppo da tigre asiatica e per il bilancio statale le rimesse dei 350.000 emigrati, molti per un Paese di neanche dieci milioni di abitanti, sono ossigeno puro.

Strano, no? Orbán adora il filo spinato per tenere lontani i migranti e non inquinare l’identità magiara e poi esporta manodopera, senza dimenticare i cervelli in fuga da uno Stato che profuma sempre più di totalitarismo. Il suo capo di gabinetto Gergely Gulyàs ha bollato i giornalisti che protestavano per i plurimi bavagli imposti dal partito al potere – Fidesz, Unione Civica Ungherese – come “fedeli di Soros che odiano apertamente i cristiani” e si è scordato che nell’89 il suo capataz aveva ricevuto una borsa di studio proprio dalla Fondazione Soros per il Pembroke College dell’università di Oxford, facendo un pessimo uso, con ogni evidenza, del soggiorno nella patria del liberalismo. D’altra parte Soros è ebreo e fa sempre comodo per qualche bordata d’odio o di sospetti complottistici, come ben sa l’irriducibile Trump.
La “legge schiavitù” sul lavoro

Orbán nei fatti è una tigre di carta e più che alla riesumazione di un magiarismo da operetta la sua politica assomiglia sempre più a un rigurgito delle fogne dell’epoca Horty, “sovrano” d’Ungheria dal ’20 al ‘44. Andare oltre il suo veto alla clausola sul rispetto dello Stato di diritto non è un affare semplice, anche per gli intrecci economici di cui sopra. Ed è immaginabile l’imbarazzo del tedesco Manfred Weber, capogruppo del Partito Popolare Europeo, formazione di maggioranza relativa al Parlamento europeo, che si ritrova Fidesz tra i ranghi.

C’è un punto da sottolineare. Un paio di anni fa l’Ungheria è stata scossa da forti proteste per l’entrata di in vigore di una sconcertante legge su orari di lavoro e straordinari che sembrava fatta apposta per i delocalizzatori delle economie più potenti. La “legge schiavitù” firmata da Orbán (naturalmente, ha sostenuto, per il “bene dell’Ungheria” e la competitività della sua piccola industria) allunga la settimana lavorativa da 5 a 6 giorni e aumenta le ore di straordinario. I manager possono chiederne ai dipendenti ufficialmente 150 ore in più all’anno, estensibili in realtà a 400.
Aleatorio il pagamento delle ore di straordinario

Con un tocco creativo e un surreale viaggio all’indietro nel tempo, la legge stabilisce inoltre che quelle ore di straordinario possono essere pagate nel giro di 3 anni, ma se un lavoratore lascia o perde il lavoro prima, è possibile che non riceva il dovuto. Una norma indigeribile in chiave europea e sarebbe più che opportuna una censura specifica di Bruxelles, perché le libertà civili non sono complete se manca il rispetto verso chi, in un Paese membro dell’Unione, lavora. In virtù delle speciali relazioni economiche con l’Ungheria, la Germania e Angela Merkel, presidente di turno del Consiglio europeo e che tanto si è spesa per il Next Generation UE, potrebbero far sentire alta e forte la loro voce, senza ipocrisia. Non sarebbe la prima volta che Orbán si prende una bacchettata dall’Europa.                                                          Di Andrea Aloi

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